Ieri

Ieri ti ho tradito.
Ho preso la macchina, sono uscita da casa tua con la netta consapevolezza che non mi andava di tornarci; ti ho salutato guardandoti dritto gli occhi. Ti ho baciato e poi ho chiamato lui.
Avevo ancora il tuo profumo addosso. Ma ti ho tradito.
E mi è piaciuto.
Ci siamo incontrati verso sera, abbiamo chiacchierato come fanno i vecchi amici, abbiamo aperto qualche bottiglia, riso e scherzato, sapendo entrambi come sarebbe andata a finire. Finisce sempre così quando ci vediamo. La mattina ci siamo salutati con il sorriso in faccia. Lui mi piace, e so di piacergli. Lo sento quando mi stringe, lo vedo quando mi guarda. La cosa che mi fa più ridere è che ti senti in controllo della situazione, che credi di essere padrone del mondo e dei miei sentimenti. Credi di avermi sotto scacco e invece sono nata e morirò libera.
Sei stato troppo distratto, troppo egoista, troppo noioso. Eppure sono rimasta con te qualche tempo, perché credevo di amarti, perché ero drogata dalla routine, perché credevo di non avere di meglio da fare.
O forse perché in fondo l’accidia è un peccato capitale tanto quanto la lussuria.

Deliri a 200 km orari

Discrepanze intellettuali distanze mentali siderali sinapsi bruciate così come la punteggiatura in 200 parole buttate
200 non ci credi e vorresti contarle
200 pugni al fegato
200 come i minuti inclusi nel tuo abbonamento telefonico
Deliri distanze incolmabili viaggi mai sufficienti a scoprire che viaggiare mi annoia così come vivere
Una lunga distanza da coprire dolore per terminare
200 rintocchi di campana di paese in bronzo forgiato da mani sapienti
200 mani che non ci sono più materiali che non si usano più suoni vuoti che rimbombano come queste parole insulse
200 orari la velocità a cui vorrei andare su autostrade buie e libere nella notte illuminazioni a led ai lati il rumore assordante del silenzio per sfidare il buio e l’impatto
la disintegrazione dell’insopportabile IO
l’ego vanificato distrutto in miliardi di molecole sporche di vita
200 volte al dì ad odiare ad odiarmi a non capire cosa c’è da capire
vano è tutto vano
200 proiettili sparati nel cielo sperando che quello giusto ricada al momento giusto
pioggia di piombo da un cielo di piombo sopra una città esalante paraffine ed idrocarburi
200 volte per vergognarsi ancora e per delirare su noia e distanze

​Boutade #1

Nonna tenta il suicidio dopo aver scoperto che il nipote è vegano
Una nonna abitante in un piccolo paese in  provincia di Bologna, Ercola (nome di fantasia) ha scoperto, mentre attendeva che il suo computer finisse di scaricare un porno amatoriale, dal profilo facebook del nipote Gualtiero (nome reale) che il giovane era diventato vegano.
La nonna che aveva già preparato un sobrio pasto pasquale con antipasti composti da 25 tipi di salumi, primi a base di ragù, carne cruda di contorno e, per loccasione, un agnello arrosto ha avuto  un collasso per cui è stato necessario l’intervento del 118.

Appena rinvenuta, con la scusa di rollarsi una canna in bagno, ha tentato il suicidio ingerendo una confezione di assorbenti con le ali. Per fortuna la figlia Gualtiera Seconda (nome del cazzo) insospettita dall’assenza di odori e flautulenze ha sfondato la porta del bagno con un nokia 3310 che funziona ancora benissimo. L’anziana, ricoverata all’ospedale San Brasato, sembra si stia lentamente riprendendo, non si hanno invece notizie del nipote.

LoKomotive

C’era qualcosa di pesante nell’aria. Non era stanchezza né mancanza d’energie. Era insoddisfazione con un peso specifico elevatissimo. Nonostante fumassi e bevessi a tutto andare quella sensazione non se ne andava. Stava lì come un macigno che incurva la schiena, era voglia di non fare più nulla, mangiare, bere, o camminare. Anche il solo pensare o meglio cercare di pensare ad altro era un pugno nella bocca dello stomaco, era togliersi il respiro consapevolmente con la speranza che non tornasse quella fitta. C’era la voglia di librarsi nell’aria anche solo per pochi istanti con la consapevolezza di non saper volare. Pochi istanti nel vuoto prima di essere inglobato dalla forza di gravità, dalla pesantezza dell’esistenza. Tutto era nebbia e umidità, odore di legna bruciata e boscaglia fitta e tutto era così strano seppur ben conosciuto. Per guida non rimaneva altro che il fischio di una locomotiva in lontananza. Sentore di viaggi e voglia di fuga ma la strada era ancora lunga e una sola cosa accompagnava il tragitto, il senso d’essere dentro l’inferno e non avere la minima idea di come uscirne.

“I know it looks like I’m insane take a closer look I’m not to blame, if love is blind I guess I’ll buy myself a cane”

Istantanea

Camminavamo l’uno accanto all’altra, era sera inoltrata, le strade erano piene di trabocchetti, mentre l’asfalto rilasciava ancora il calore accumulato durante la giornata, avevo perso il senso dell’orientamento; non che ne avessi mai avuto molto a dire il vero. Lui era del posto quindi non me ne preoccupavo più di tanto.
Restammo in silenzio, mente l’odore delle ginestre continuava a solleticarmi il naso. I vestiti avevano finito da poco di starci appiccicati addosso come carta moschicida e non avevo molta voglia di bighellonare.
Poi mi prese la mano, facendomi percorrere una stradina secondaria, fino ad arrivare ad un pontile di legno, che dava sul mare.
Mi tolsi le scarpe, lo vidi sorridere grazie alla luce della luna. Intanto sullo sfondo una piccola orchestrina aveva iniziato a suonare delle canzoni popolari. Adesso ero io che prendevo la mano a lui.
Ci sedemmo vicini.
“Sai a volte faccio un gioco.”
“Che gioco è?”
“Cerco di fissare un istante nella mia testa per sempre, ma non un istante qualunque.”
“E come deve essere un istante?”
“Come questo.”

Blu

Saliamo le scale, io sto davanti a lei facendole strada, non è facile passare fra tutta quella gente, soprattutto considerando il fatto che è parecchio tardi, il rimmel mi cola sulla faccia e ho in corpo una quantità di alcol considerevole.
Però sto bene.
Sembra di avere la testa infilata in una Boulle de Neige scossa ripetutamente dall’esterno; ma tu te ne freghi perché tanto sei il pupazzo con i piedi attaccati sul fondo.
Un respiro alla volta, ci siamo quasi. La musica intanto cambia. Inizio a vedere l’altra sala. Perché diavolo mi sono messa i tacchi? Chi me lo ha fatto fare? Mi volto e mi assicuro che Sabrina mi stia ancora seguendo, lei sbatte gli occhioni blu e sorride come nulla fosse.
Il ragazzo che sta sullo scalino tra me e lei fischia in un moto d’approvazione, mentre mette la mano sul pacco.
Sabrina alza lo sguardo, la sua espressione non si modifica, percorre languida i due scalini che la separano dal marcantonio in tutto lo splendore del suo metroesessantacentimetri; si ferma davanti a lui. Lo fissa dritta in volto. Poi gli mette una mano alla gola: “Chi cazzo sono io, il tuo cane?”.

Pittura 

Dipingo. Lo faccio spesso quando vivo su questa spiaggia. Dipingo perlopiù corpi e volti iperespressivi, ma la famiglia, che ci affitta la stanza in una parte della propria casa, non sembra stupirsi particolarmente.

A poco a poco però, prima Lakshmi, che parla inglese, poi gli altri, uno alla volta, vengono a vedere cosa sto facendo.

A volte sembrano apprezzare. Forse il mio stile iperfisiognomico somiglia a certa iconografia di queste parti. Magari semplicemente  piace, anche se è strano. Vorrei tanto parlare questa lingua: il kannada.

Oggi sono arrivate le ragazze con un dado da gioco. Lakshmi chiede se può usare i miei colori per ridipingerne i numeri cancellati. Così sono tutti intorno a me, arrivano anche i bambini, che di solito se ne stanno strategicamente a distanza. 

A turno guardano: il quadro, i colori, i pennelli, le mie mani, me, il quadro, i colori. ..Non riesco più a continuare.

– Cos’è? – Chiede.

– Sono facce – Rispondo.

Ridiamo tutti.

“Like x-ray, inside body looking.” Sono scorticati anatomici con degli innesti di tubi.

Lakshmi colora prima di bianco ogni faccia del dado – così si vedono meglio i numeri – mi dice.

Heart of Summer

Warm summery sunshine gleemed off my sister’s golden curls as she ran across the lush grass toward an old, round wooden cable spool on it’s side – a makeshift table my dad had put in the middle of the yard. He was wearing a threadbare button down shirt, (as he usually did in the summer months) paired with his bib-overalls – the kind with the hammer hook on the side that makes a perfect gripping spot for little girls hands. He held a large and well worn butcher knife in one massive hand.  Under the other he steadied a well ripened watermelon, two tone stripes running across it’s oblong body, one side slightly flattened, with a yellow hew to its skin from laying in the dirt as the melon grew. My sister and I looked up in anticipation at his weathered face.  The ripe melon split with a crack under the blade as the pressure of the fruit inside caused it to burst free of the imprisoning rind.  Selflessly, he cut a sliver out of the center of the melon and held it out… selflessly, because as we all know, the heart is the sweetest part.

L’officina di Tony

Tony è il mio meccanico di fiducia. Calabrese coriaceo, un metro e sessantacinque per due mani dotate di piccoli tronchi al posto delle dita e una solidità generale degna di un cinghiale dell’Aspromonte. Ogni volta che arrivo con la mia Audi da zingaro (come la chiama lui) inizia il teatrino.
“Mannaia la puttana ma sempre co sto scassone stai ?!”

a cui segue risata corale perché quando ride lui ridono pure il suo dipendente, un anziano in pensione che gli da una mano e la segretaria dai capelli “biondo lady gaga” che gironzola sul soppalco dell’officina fiera delle sue minigonne nonostante le 60 primavere.

“Cos’ha sta maccana eh? Cos’ha visto stavolta?”

E io giù a parlargli di spie che si accendono e che fanno somigliare il cruscotto all’albero di natale a led che m’ha venduto quel bastardo di Chang a 15 euro per poi scoprire che al Lidl lo facevano a 10.

Appena Tony termina il primo atto della commedia apre il cofano, manda l’anziano a prendere il computerino e si accende una Nazionale offrendomene una pur sapendo che non fumo

“che cazzo di uomo sei, non fumi! Non bevi, non mangi la carne ma almeno scopi cazzu?!!” E giù con un’altra risata corale mentre io paziente alzo gli occhi al cielo e sbircio il perizoma di lady gaga.

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