Lo straordinario viaggio del piccolo Enea

Ha tre anni, è il più piccolo del gruppo ed è inibito dalla grande confusione che fanno tutti gli altri. Vorrebbe uscire, così è troppo, non ha ancora scoperto certe parti di sé stesso.

Un giorno, mentre gironzola un po’ spaesato nella confusione degli altri scalmanati, qualcosa cattura la sua attenzione. Per lui e per me che lo osservo, nella stanza si spegne l’audio e tutto il resto si sfuoca.

Enea raccoglie una carta di caramella e inizia il suo viaggio come se una rotta precisa fosse disegnata sul pavimento.

Evidentemente protetto dagli Dei per il suo coraggio e la sua determinazione, evita i bambini volanti, ne scavalca pure di grossi distesi a terra e passa in mezzo ad altri ammucchiati, schiva senza preoccuparsene i materiali lanciati della seduta e arriva, miracolosamente illeso, al cestino.

Ormai sicuro, molla la carta e la osserva cadere. Questa per il vento apparente creato dal moto perpetuo degli altri, si sposta e si infila in uno stivale di adulto lì a fianco.

Senza fretta lui affonda tutto il braccio per recuperarla e stavolta la deposita sul fondo del cestino.

Poi sorride soddisfatto, si strofina le mani e torna nel gruppo un po’ più grande.

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Legato ma libero

Chiudo il cerchio e me ne vado. Dopo 10 anni riesco ad emanciparmi emotivamente dal mio primo moroso.

Il turbamento di essere sopravvissuta al soffocamento mi spinge a ricercare fisicamente l’aria, la luce e il movimento.

Incontro un uomo più grande di me, un istruttore…e assecondiamo la sfumatura transferale della nostra relazione. Mi dice che è sposato e che gli è già capitato.

Per una frazione di vita, spinti dall’istinto a ricercare vicinanza, tenerezza e consolazione, ci siamo solo noi, in una vivida illusione.

Persino le vicende più deprecabili hanno un senso. Vivere i miei sbagli mi ha aiutato a capirmi e a capire meglio gli altri e il loro scompenso.

Chi giudica severamente, a distanza di sicurezza, lo fa perché fragile, insicuro e bisognoso di certezza.

Mi presta “Legato ma libero” di P. Berhault, metafora della sua condizione e dei suoi sogni. Ma la libertà, imparo più avanti, è quando non dipendiamo dai nostri bisogni.

Ha conservato una mia lettera nel portafoglio. Molti anni più tardi sua moglie la trova, cerca nella rubrica e mi chiama. E’ morto in montagna. Parliamo. Ci capiamo.

La vita, più o meno difficile da interpretare, rimane sempre imprevedibile, nel bene e nel male.

Acqua e caffè.

Non riesco a staccare gli occhi dalle sue mani. Sono piccole, agili, rugose come la faccia di uno Shar Pei; le muove in un modo tutto suo, tenendo il mignolo rincalcagnito vicino al palmo.

Stamattina mi ha accolta con un caffè ed un bicchiere d’acqua nel suo piccolo appartamento affittato di fresco; adesso mi sta preparando il coniglio alla piastra:

“Non mi è mai piaciuto cucinare. Ho sempre lavorato fuori di casa e c’era la mensa. Lavoravo in una clinica e il Padrone chiamava me quando c’erano da accompagnare i bambini appena nati al Brefotrofio. Non lo diceva ai suoi due figli, erano anche loro medici sai?

Così io prendevo quel fagottino avvolto nei vestiti che gli davamo noi, mentre il primario preparava due lettere, una per l’istituto, l’altra per la regione.

Le ragazze erano benestanti. Lo so perché prenotavano una camera singola. Le facevano sparire dalla circolazione mesi prima del parto dicendo che erano andate a studiare da un’altra parte. Non dicevo niente e andavo a prenderlo, poi me lo tenevo stretto stretto in grembo. Tutte le volte mi veniva da piangere.”

Le sue pupille nelle mie. Restiamo in silenzio ed iniziamo a mangiare.

Fuga da Alcatraz

Sono cresciuta in una città della costa tirrenica. D’estate, quando non riusciva ad andare via col suo uomo, mia madre mi portava con sé al mare.

Il suo posto preferito era una remota spiaggia di ciottoli dell’isola P., all’epoca raggiungibile con un guado o inerpicandosi dall’attracco su per un esposto sentiero.

Partivamo col primo barcone del mattino e rientravamo con l’ultimo. Arrivavamo che c’erano solo i gabbiani e non è che dopo arrivasse poi molta gente: 8h di noia assicurate per una bambina abbandonata a sé stessa fin da piccola, che aveva paura dell’acqua e che non aveva melanina. In quelle occasioni mi venivano fatte poche raccomandazioni perché una volta rimasta da sola con le mie paure, sapeva che a badarmi sarebbe bastato l’istinto di conservazione. Non esisteva via di fuga da quel posto maledetto.

L’unico luogo riparato era la pineta ma per ovvie ragioni puzzava di merda così non mi addentravo mai troppo. Talvolta mi addormentavo rimanendo al sole troppo a lungo e tornavo a casa ustionata, con un mal di testa feroce e mia madre che mi insultava.

Raggiunta l’età per stare in casa da sola, dissi finalmente addio ad ‘Alcatraz’. Riscoprii con gioia il mare molto dopo.

 

 

 

Per sopravvivere…

In un ennesimo giorno di sofferenza, quando ero poco più che ventenne sono arrivata alla conclusione che il giorno dopo sarebbe arrivato lo stesso anche senza fare niente.
Ho tirato i remi in barca e mi sono lasciata trasportare dalla corrente. Ho rinunciato alle grandi lotte per la vita limitandomi ad azioni di poco conto che non davano molto nell’occhio.
Avevo rinunciato ai miei desideri e tanto bastava a lasciare parzialmente soddisfatti i miei familiari.
In realtà ho ‘strategicamente’ tenuto in vita il mio tesoro (vitalità e creatività) con poco, pochissimo…ma il risultato è stata comunque una grave perdita.
La mia famiglia si è sentita vincente su di me perché, se anche non era riuscita a piegarmi al suo volere, mi aveva quantomeno persuasa a spegnermi.
Devo averli fatti sentire potenti…prima con la dipendenza e l’amore inossidabile di un figlio-nipote, poi con il controllo della sua vitalità…
Mi sono sentita come se avessero violato qualcosa di troppo intimo e prezioso, maltrattandolo e calpestandolo, senza alcun rispetto per me. Che brutti piccoli mostri, molto kafkiani!
Per sopravvivere ho dovuto credere che nulla mi interessasse e che niente valesse la pena perché difendere la mia vitalità mi stava uccidendo…

…prendere consapevolezza…

…aver incontrato degli amici veri e un bravo psicoterapeuta è servito a richiamarmi alla realtà, solo che è successo un attimo prima di oltrepassare il confine, quando ormai davvero mi sentivo stanca, distrutta e priva di energie e desideri.
Da zombie stavo trasformandomi in un ossuto…come nel film ‘Warm bodies’. Mi sentivo come immagino potrebbe sentirsi un Inuit partito in maglietta per andare a morire sull’altopiano groenlandese se un suo connazionale gli urlasse da lontano che si è sbagliato, che le sue sensazioni circa l’essere arrivato in fondo alla vita fossero state falsate. E questo, mezzo congelato, non riuscisse ormai più a muoversi mentre la sua mente confusa e ingannata potesse ancora ragionare su quanto fosse ridotto male e impotente tutto per un terribile equivoco. Non sarebbe forse stato meglio lasciarlo morire? Oppure sparargli a quel punto…
Mi veniva la nausea dallo sforzo di accettare che ci fosse ancora una fiammella vitale dentro di me e nello scoprire che sono stata io a ridurla così, nel sentire la mia paura e la mia impotenza, la mia vergogna e frustrazione.

E’ uno strazio andare per il mondo senza pelle ed espormi a continue sofferenze quando sono ancora ferita e sanguinante…

…e andare avanti.

…nonostante tutto, la mia parte lucida ha continuato a cercare aiuto.
Istintivamente mi sono mossa, seppure lentamente, nella direzione dei miei desideri.
Ho osservato le famiglie sufficientemente buone che incontravo e mi sono circondata di amici veri, cercando di imparare da loro tutto ciò che potevo e che non mi era stato insegnato in casa, dove persino le cose più ovvie mostravano lacune o anomalie.
Ho cercato di scoprire chi sono e piano piano ci sono riuscita.
Ho sofferto tanto l’abbandono dei miei genitori che non hanno avuto nessuna pietà nei miei confronti.
Mio padre ha facilmente rinunciato a me per poi farsi immediatamente l’ennesima famiglia nuova con la quale ricominciare la sua recita nascondendosi dietro una articolata impalcatura di apparente normalità, impegnato a nutrire il proprio narcisismo e autocompiacimento, come se la vita fosse uno stupido gioco senza regole.
Mia madre, persona debole, fragile e cattiva, ha cercato di annientarmi psichicamente in un delirio di onnipotenza, perché tutto sembrava possibile fare su questa figlia che dipendeva dal suo amore.
Adesso che so che non è colpa mia se tutto l’amore di cui sono stati capaci i miei genitori è stata questa miseria, posso andare avanti per la mia strada.

Paesini pittoreschi

Faccio conoscenza con la vicina della porta accanto con cui condivido il ristretto vicolo e l’angusto ingresso di casa.

Età: vecchia immortale. Vedova? Lui vorrebbe ma no, tempo dopo imparo che è vivo ed è pure invalido. Questo marito è una perfetta scusa per ottenere qualsiasi favore da tutti tranne che da me perché non ci sono quasi mai.

Decisa a mettermi in riga mi aggancia ogni volta che entro o esco di casa.

Io somatizzo questa persecuzione. Un giorno, quando ancora non ero legittimata a parcheggiare ovunque, pur avendo un attacco di diarrea nervosa, decido di lasciare la macchina in fondo alla salita. Mi trascino su per i gradini pregando di non incontrarla. Invece mi sta addirittura venendo incontro.

Visibilmente debilitata le dico con un filo di voce che sto male e che appena mi riprendo passo a sentire che cosa vuole ma lei non può aspettare, suo marito è scivolato a terra e lei non riesce a sollevarlo. Ma sta bene ed è estate cazzo, così tiro dritto al cesso.

5′ dopo la raggiungo trafelata e smunta: ‘E’ intervenuto il parroco, SANT’UOMO!’, dice compiaciuta. Grazie a lei della mia mostruosità parleranno a lungo fino al giorno della mia redenzione…

Paesini e soluzioni pittoresche

Ho abitato per tre anni in un pittoresco paesino arroccato su una collina sopra il mare.

Se non ti porti sul groppone la frustrazione di vivere lassù da generazioni, allora devi guadagnarti il diritto di appartenenza alla comunità con una lunga penitenza.

Evidentemente, le scomodità, gli spazi angusti, l’obbligo alla chiesa cattolica e i pettegolezzi a cui ti costringono l’eccessivo isolamento dal resto del mondo e la convivenza forzata fino a tre generazioni in quelle che sembrano più torri scale per le esercitazioni dei pompieri che luoghi per vivere, generano psicotici e nevrotici.

Così, ad esempio, dal giorno del mio arrivo, ogni volta che parcheggiavo in un posto libero da divieti visibili trovavo un biglietto con minacce di ritorsioni.

Casa mia non dava sulla strada principale ma in un viottolo pedonale. Se fai la spesa la logica vorrebbe che ti avvicinassi il più possibile fin dove puoi, scaricassi al volo la roba e solo dopo andassi a parcheggiare. Ma neppure quello potevo fare.

Ho ottenuto rispetto quando, dopo mesi di paziente attesa, sono riuscita a collezionare sufficienti biglietti minatori coi quali ricoprire interamente la mia macchina parcheggiata dove cazzo dicevo io, restituendo loro così un pittoresco affresco della propria meschinità.

 

 

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