Cum-shot

Ci sono dei momenti della mia vita che definisco “PORNO”. Li chiamo così perché tutto sembra andare come in un film porno. Avete presente le scene tipiche dove due s’incontrano e dopo pochi convenevoli iniziano a scopare come matti ?! E mentre voi guardate queste scene pensate “Seee proprio come nella vita reale” ecco io ho dei periodi dove invece cose del genere mi capitano e non solo nel sesso anche se poi è proprio da lì che parte tutto. Mi spiego, quando mi capitano avventure sessuali improvvise, inaspettate e disinibite con persone che mai avrei pensato di … ecco che da lì si scatenano tutta una serie di eventi che toccano tutti gli aspetti della mia vita. Decisioni che erano in attesa di essere prese, treni o aerei che aspettavo di prenotare, svolte nel mio lavoro o nel modo di lavorare, il mio modo di cucinare e la curiosità verso nuovi generi letterari o cinematografici. E’ come uno tsunami o, per restare in tema, come un potente cum-shot, uno schizzo di liquido seminale e potenzialmente vitale che mentre sullo schermo s’infrange sul viso dell’attrice nella mia vita precipita in qualcosa che era fermo da tempo, in un terreno che non curavo più e che ha bisogno d’essere concimato e reso nuovamente fertile.

Saldare i propri debiti

‘Signore, signore, beato lei che è fuori, a me mi tengono sempre in casa’. Sento una mano afferrarmi per un’orecchio e cerco di non inciampare mentre rientro in casa trascinata da una forza superiore.

Con mia madre non ha mai funzionato. Non avevamo niente in comune, neppure l’affetto ci legava. Lei mi tollerava perché mi aveva voluta mio padre e fosse stato per lei avrebbe abortito come le volte precedenti ma mio padre a suo avviso era persino peggio di lei così mi ha fatto un favore tenendomi con sé.

Io ero riconoscente e capivo tutti i sacrifici che faceva per me per sopportarmi.

Ho imparato presto a cercare di occupare il minor spazio possibile ma essendo piuttosto maldestra ogni giorno ero una disperazione per lei.

Ricordo che si sforzava di portarmi con sé ma poi di tanto in tanto mi lasciava in macchina da sola e di notte mentre lei andava in giro con gli amici o a spiare il suo uomo. Mi salutava con un sorriso compiaciuto per quanto fossi una bambina ben adattata al suo stile di vita.

Una volta cresciuta ha preteso gli interessi e a 32 anni ho deciso di aver saldato il debito.

Temi delle elementari: 1) Il tuo albero genealogico, 2) Descrivi uno dei tuoi genitori.

2) Descrivo mia madre perché un padre non ce l’ho come ho pure tanta confusione su tutto l’albero genealogico tra zii effettivi che non conosco e zii acquisiti per amicizia che frequentiamo e che, come ho poi imparato a suon di sberle, non c’entrano nulla con la famiglia.

La zia Adriana poi è la moglie del fratello di mia nonna e pare non essere rilevante per la maestra nella casella altrimenti vuota degli zii.

Date le premesse non potevo che sbagliare anche questo compito, ma stavolta ho quasi rischiato di venire rinnegata e, col senno di poi, avrebbe potuto essere persino meglio.

Capelli ricci, biondi e, fin qui, nulla da eccepire per nessuno; bella, brava (devo aver copiato dalla Sara perché avevo già imparato che certe cose non si dicono) e con gli occhi verdi.

Avevo pure preso un bel voto, un dato irrilevante di fronte alla furia di mia madre che gli occhi ce li ha azzurri. Dopo essermisi piazzata ad un centimetro mentre mi stritolava un braccio non solo ho potuto constatare che sì, li ha azzurri, ma anche che li ha storti e alle elementari ancora le cose mi scappavano di bocca.

L’importanza della distanza

E’ passato più di un anno dall’ultimo nostro incontro e a quell’età si cambia molto velocemente perché adesso i piccoli scossoni di assestamento della vita lasciano il segno.

Alcune cose non funzionano più tanto bene e, osservandola, mi accorgo che la vecchiaia ha come esasperato certe caratteristiche della sua personalità…come se si fosse inizialmente agganciata alle sue debolezze per poi prendere posto lì, nella sua pigrizia mentale e vivere della sua memoria.

In questi giorni insieme inevitabilmente ho ricordato tanti episodi della nostra vita. Ho provato tenerezza nei suoi confronti ma ho sofferto ancora per tutto quello che significano certi suoi gesti ormai solo meccanici.

Che genitori saranno stati i tanti anziani abbandonati dai figli e perché la società non si prende cura di loro? Perché è previsto dalla legge che un genitore possa abbandonare un figlio e non dovergli più niente, mentre un figlio, che non ha quasi ricordo di suo padre o sua madre o che addirittura ha subito tormenti e maltrattamenti da loro, debba occuparsi di loro dal momento che non sono più autosufficienti?

Guardo le sue mani oggi innocue che mi picchiavano ingiustamente e sono felice della sensibilità e comprensione di cui sono capace.

Piccole nuove consapevolezze

Era un giorno come tanti di lotta tra le varie parti di me stessa che io non accetto così come sono…cosa che si riflette sulle mie relazioni rendendomi diffidente con gli altri e con le loro diverse parti. Ho pochi selezionatissimi amici che, quando coi fatti contraddicono la perfezione che ho loro attribuito, resistono alla mia incomprensione.

Decido di voler conoscere una persona nuova per condividere un sogno speciale. Mi parlano di una ragazza…ci penso e passa un anno. Un giorno me la indicano, un altro la fermo, finalmente parliamo al volo e ci scambiamo i numeri per accordarci. Non risponde, la diffidenza sale…quando ci incrociamo di nuovo.

E’…curiosa! Fissiamo un appuntamento! Vive in città, io fuori dal mondo. Mi sorprende la sua disponibilità così mi rilasso.

Ci incontriamo in un locale e parliamo per ore. Lei è accogliente, sincera, profonda. Siamo simili e diverse e, rifletto, è proprio grazie a diversità come queste che è possibile realizzare i sogni. Tratta con cura e delicatezza il mio sogno e me, ci rispetta e incoraggia a tal punto che realizzo, in un momento, per la prima volta e con tutta me stessa, che non esistono persone perfette…ma parti perfette di persone.

Andirivieni

I miei piedi sulle tue gambe, mangiare con le dita, l’acqua calda che scorre; se ti scopo fammi sentire che sei qui.

Il vestito nuovo, imboccarti quando è sera, fammi uno sporco Jack. Cammino di notte ma riparo occhiali da sole. Ancora Maki.

Scambiare gioielli per caramelle, la penna nera che mi sporca le dita, un altro sconosciuto; danza con me, vieni più vicino. Sentire il tuo respiro mentre mi sei addosso, come ti chiami? Non importa.

I campi di pannocchie mai nate mentre il sole sorge. Non mi ricordo il tuo nome, rollare senza grinder, i vasi di lavanda essiccata sognano.

La Strega e i saltimbanchi, i piedi nudi, i labirinti, le ninfe; un vecchio film.

Prendimi per mano, Queen Elizabeth ordina un Mojito. Spezzare incantesimi scambiandoli per incanti. Che ne sarà ora? Rosari sgranati, profumo di pane; io e Billie cantiamo insieme. Ho la confusone mentale, qualcuno sullo sfondo urla: “Pazzesco!”

Vado a pescare in fondo al pozzo, mi guardi e ti riconosco. Mettiamo in pausa, è ora di ripartire.

 

 

Il cassetto della nonna

“Dobbiamo andare.”

Avevamo una Fiat Argenta grigio metallizzato, erano i tempi senza aria condizionata, niente stereo, i tempi delle foderine dei sedili bianche, ed era estate, Agosto mi pare.

Ci eravamo svegliati presto, i miei genitori avevano passato una notte in bianco, lo zio non si trovava più da un paio di giorni. Avevo 15 anni e stavo seduta sui sedili posteriori, non capendo bene cosa stesse succedendo.

“Ma siamo sicuri che sia lui?” chiedeva mia madre a mio padre, lui alzò le spalle, aveva la mascella contratta, guidava guardando la strada mentre l’asfalto bollente distorceva le righe bianche che sfilavano veloci sotto le gomme.

Un grande albero, il parco, il cappio che costringe il collo ad una piega innaturale, i piedi che penzolano; dai polsi cadeva sangue che bagnava la terra.

Aveva una camicia bianca e dei pantaloni grigio topo. Come una fotografia, che veniva da un cassetto della nonna.

“Si, è lui.” I miei genitori si girarono a guardarmi con la faccia stranita. “Si è impiccato.” Nessuno disse più nulla per un bel pezzo.

Angelo Carlo, di anni quarantotto, lasciava due figli e una moglie, da quel giorno non avrebbe più condito l’insalata per nessuno.

Che fine fanno le parole sprecate?

Che fine fanno le parole sprecate? Quelle dette al momento sbagliato, o nella maniera sbagliata, o alla persona sbagliata. Quelle che non arrivano a destinazione, insomma.
Che fine fanno le parole non nate? Quelle che si generano e si propagano con impeto nelle viscere, ma poi soffocano nell’autocensura prima di vedere la luce. Esiste un limbo anche per le parole mai nate, oltre che per i bimbi?
Che fine fanno le parole fraintese? Quelle comprese ma rifiutate? Quelle distorte e tradite?

E che fine fanno le parole ignorate?
Quelle che non trovano un varco nell’anima. Quelle che disperatamente chiedono di essere afferrate, amate, conservate, e invece scivolano sulla superficie viscida della paura e della noncuranza, costrette a vagare eternamente senza meta come un corpo abbandonato nello spazio.
Voi, poeti, le riconoscete? Sapreste come salvarle? E dare loro un luogo in cui vivere, o almeno essere ricordate, o almeno riposare in pace abbracciate al proprio senso.

Jack

Sedeva al bancone come tutte le sere nel solito Pub annegato in periferia. Stava ordinando un altro whiskey mentre si teneva in equilibrio precario sullo sgabello; un grosso orso, con le spalle chine, gli occhi cerchiati di nero e le unghie sporche.

Ciao Jack.”  Mi rispose con un grugnito mentre mi guardavo attorno cercando la mia amica che non c’era. Prese a giocare con il sottobicchiere, io mi sedetti accanto a lui. Ordinai un Rhum scuro ed iniziammo a parlare. Non avevo mai parlato con Jack; lui era parte dell’arredamento, come gli specchi finto inglesi appesi alle pareti o le panche che si atteggiavano a mobili di mogano.

Dipingo. Tutti i giorni, vado nel retro del mio garage e dipingo.” La sua bocca prendeva una piega strana quando sorrideva, si vedevano i denti giallastri che facevano capolino. “Mi piacerebbe vedere i tuoi quadri.”

Ci era venuta voglia di nicotina, uscimmo nel parcheggio, il fumo si mescolava con la condensa del nostro respiro, guardai in cielo, non c’erano stelle, lui iniziò a cantare: “Pleased to meet you / Hope you guess my name/ But what’s puzzling you / Is the nature of my game.”

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