Il cassetto della nonna

“Dobbiamo andare.”

Avevamo una Fiat Argenta grigio metallizzato, erano i tempi senza aria condizionata, niente stereo, i tempi delle foderine dei sedili bianche, ed era estate, Agosto mi pare.

Ci eravamo svegliati presto, i miei genitori avevano passato una notte in bianco, lo zio non si trovava più da un paio di giorni. Avevo 15 anni e stavo seduta sui sedili posteriori, non capendo bene cosa stesse succedendo.

“Ma siamo sicuri che sia lui?” chiedeva mia madre a mio padre, lui alzò le spalle, aveva la mascella contratta, guidava guardando la strada mentre l’asfalto bollente distorceva le righe bianche che sfilavano veloci sotto le gomme.

Un grande albero, il parco, il cappio che costringe il collo ad una piega innaturale, i piedi che penzolano; dai polsi cadeva sangue che bagnava la terra.

Aveva una camicia bianca e dei pantaloni grigio topo. Come una fotografia, che veniva da un cassetto della nonna.

“Si, è lui.” I miei genitori si girarono a guardarmi con la faccia stranita. “Si è impiccato.” Nessuno disse più nulla per un bel pezzo.

Angelo Carlo, di anni quarantotto, lasciava due figli e una moglie, da quel giorno non avrebbe più condito l’insalata per nessuno.

Che fine fanno le parole sprecate?

Che fine fanno le parole sprecate? Quelle dette al momento sbagliato, o nella maniera sbagliata, o alla persona sbagliata. Quelle che non arrivano a destinazione, insomma.
Che fine fanno le parole non nate? Quelle che si generano e si propagano con impeto nelle viscere, ma poi soffocano nell’autocensura prima di vedere la luce. Esiste un limbo anche per le parole mai nate, oltre che per i bimbi?
Che fine fanno le parole fraintese? Quelle comprese ma rifiutate? Quelle distorte e tradite?

E che fine fanno le parole ignorate?
Quelle che non trovano un varco nell’anima. Quelle che disperatamente chiedono di essere afferrate, amate, conservate, e invece scivolano sulla superficie viscida della paura e della noncuranza, costrette a vagare eternamente senza meta come un corpo abbandonato nello spazio.
Voi, poeti, le riconoscete? Sapreste come salvarle? E dare loro un luogo in cui vivere, o almeno essere ricordate, o almeno riposare in pace abbracciate al proprio senso.

Jack

Sedeva al bancone come tutte le sere nel solito Pub annegato in periferia. Stava ordinando un altro whiskey mentre si teneva in equilibrio precario sullo sgabello; un grosso orso, con le spalle chine, gli occhi cerchiati di nero e le unghie sporche.

Ciao Jack.”  Mi rispose con un grugnito mentre mi guardavo attorno cercando la mia amica che non c’era. Prese a giocare con il sottobicchiere, io mi sedetti accanto a lui. Ordinai un Rhum scuro ed iniziammo a parlare. Non avevo mai parlato con Jack; lui era parte dell’arredamento, come gli specchi finto inglesi appesi alle pareti o le panche che si atteggiavano a mobili di mogano.

Dipingo. Tutti i giorni, vado nel retro del mio garage e dipingo.” La sua bocca prendeva una piega strana quando sorrideva, si vedevano i denti giallastri che facevano capolino. “Mi piacerebbe vedere i tuoi quadri.”

Ci era venuta voglia di nicotina, uscimmo nel parcheggio, il fumo si mescolava con la condensa del nostro respiro, guardai in cielo, non c’erano stelle, lui iniziò a cantare: “Pleased to meet you / Hope you guess my name/ But what’s puzzling you / Is the nature of my game.”

A. 

Antonio, 61 enne etilista, stava ripensando, dopo lo scippo appena subito, alla sua gioventù. In particolare al periodo trascorso a prestar servizio al corpo dei bersaglieri per 18 mesi a partire dal febbraio 1964. Le notti trascorse a fare le guardie al freddo,  le calzamaglie di lana pungente sotto i pantaloni militari, gli anfibi duri e freddi.

Si ricordava ogni momento di quella notte in cui, in fretta e furia, li fecero partire da Legnano destinazione Pisa dove un aereo li aveva trasportati in Sardegna in attesa di una probabile partenza per Israele. La notte passata in bianco accovacciato sulle turche puzzolenti della caserma sarda e in bocca sigarette bruciate voracemente. Poi al mattino il rientro dell’allarme e la sensazione d’essere un sopravvissuto al nulla.

Ora guardava il proprio corpo, perplesso, la vista annebbiata, il pantalone strappato sul ginocchio pulsante di dolore.  Si era rotto qualcosa, se lo sentiva, non riusciva a spostare la gamba eppure di alcool ne aveva già mandato giù parecchio quella mattina. Aveva una voglia matta di una sigaretta e di un bel mezzo litro di rosso, quello un po’ asprigno che gli serviva sempre Gino del bar-enoteca sotto casa. Ripensava a tutte le stronzate lette sui manifesti “Città più sicure?Vota per noi!” e sotto un bel faccione sorridente di qualche furbo/cretino di turno. A lui la città non aveva mai fatta paura. Aveva visto cose ben peggiori nella sua vita non ultime le allucinazioni che gli dava l’alcool. Quei due ragazzetti che l’avevano gettato a terra per fottergli il vecchio portafoglio di cuoio consunto con dentro si e no 20 euro, gli avrebbe mangiati vivi una ventina d’anni fa. Ora invece era lì disteso su un marciapiede odorante di piscio e città come un povero rincoglionito.

Create a website or blog at WordPress.com

Up ↑