M come Molestie Morali

M. si mostrava sempre disponibile, accogliente, affidabile e stimolante e questo gli ha permesso di creare il suo personaggio e una certa confusione in me già insicura.

M. mi definiva border-bipolare e così mi presentava agli altri. Mi arrabbiai per questo ma lui mi convinse che fosse giusto. Avevo interiorizzato così bene le contraddizioni dell’amore perverso materno che evidentemente faticavo a riconoscerlo negli altri e a difendermene. Il clima di dubbio circa la mia sanità mentale si insinuò in me e in chi ci frequentava. 

Qualsiasi nostro confronto era stroncato da lui in partenza.

Dopo anni, esasperata, smisi di assecondare le sue perversioni sessuali chiedendo che venissero rispettati i miei limiti come io avevo accolto le sue fantasie senza giudizi e, non ascoltata, alla fine smisi di andarci a letto. Fui insultata e accusata di non sapermi lasciare andare perché non volevo scopare con altre donne o farmi frustare tutte le volte legata e appesa ad un chiodo del soffitto.

Tradirlo prima di lasciarlo fece sì che ancora una volta lui apparisse come una vittima e io quella fuori controllo. Disse agli amici più stretti che mi sperava felice mentre mi scriveva mail terrificanti in un ultimo tentativo di distruggermi.

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Ho conosciuto un fantasma una volta.

Ho conosciuto un fantasma una volta.

Aveva 47 anni, i polsi piccoli, una voce che tradiva una leggera inflessione dialettale quando faceva la gatta.

Sono le 21.10 di un giovedì, e domani compirò quarant’anni. C’è una mia amica che sta tenendo le mani al fantasma in questo momento. E’ su una macchina che sta correndo in ospedale mentre i suoi passeggeri sono in preda all’incredulità.

Nessuno vuole credere al fatto che lei sia un fantasma.

Gli occupanti della macchina sono partiti dalla stessa città in cui l’uomo che vorrei mi permettesse di amarlo ha anche lui una gran confusione in testa. Domani sarà in viaggio; anche lui combatte per non diventare un’ombra. Mi ha detto che non sa cos’è l’amore, mi ha detto che non mi ama; mi ha anche detto di non andarmene.

Domani alle tre e trenta del pomeriggio pure io morirò ancora una volta. Mi guardo e mi rendo conto che lei mi passeggia più vicina da almeno una settimana. Credo non smetterà mai di farlo. Qui e ora, sento tutti questi fili che s’intrecciano, senza un inizio ne una fine. Storie di spettri che urlano senza essere sentiti; matasse che non sono nate per essere sbrogliate.

The Others

Raggiungo gli amici direttamente al cinema. Mi hanno comprato il biglietto e lo hanno lasciato all’ingresso.

Quando arrivo, il gestore mi dice la lettera della fila e il numero di posto in cui sedere e mi fa entrare. Io mi calo nelle tenebre psichedeliche della sala e cerco di non inciampare, accecata ora dal buio, ora dalla luce alternate; il film è appena iniziato.

Prendo il corridoio più esterno a destra ed intercetto la fila giusta e, tutta soddisfatta, in un bagliore, mi sembra già di intravvedere sagome note. Comincio a far alzare alcune persone…’scusi, mi scusi, grazie…’, sono quasi arrivata…solo che tra me e gli altri c’è di mezzo il corridoio centrale. Qualcuno comincia a lamentarsi…

Dopo aver ribaltato tutto il cinema, mi siedo. Sono in mezzo alla fila, a metà tra amici ed altri sconosciuti; finalmente mi rilasso e concentro.

Entro nel film; tesa come una corda di violino e completamente immedesimata nella scena, sento che dentro di me qualcosa non va…l’angoscia sale, è incontenibile: ‘AAAAAAAAAAAAAAAAAH!’, grido a squarciagola e mi attacco al braccio estraneo che mi è accanto. La vecchia aveva aperto l’anta dell’armadio!

All’uscita, gli amici ridono ancora, gli altri mi guardano allucinati…

 

Anche un po’ meno spastica!

Al corso da bagnino c’erano mezzi atleti, diversi pallanuotisti, le sincronette e gente come me.

Faccio combriccola con un paio di ragazze e insieme ci sosteniamo a vicenda. Consapevoli delle nostre lacune decidiamo di trovarci per allenamenti supplementari: per l’apnea, per i tuffi e per esercitarci nel recuperarci.

Facciamo molti progressi ma dal confronto con tuffatrici semi-professioniste e stacanovisti del galleggiamento, usciamo sempre un po’ insoddisfatte.

Arriva il giorno dell’esame: sono tutti un po’ tesi; io e le mie amiche somatizziamo dolori di vario genere e salivazioni strane ma ci siamo allenate tanto che ormai rispondiamo al via come degli automi.

Ci osserviamo in silenzio: una di noi fa una respirazione strana, l’altra la copia, sembra funzionare! In realtà -scopriremo poi- la prima stava deglutendo a fatica un po’ ansiosa. Passa l’istruttore che dopo tutto il corso ci conosce bene: sorride, ‘ANCHE UN PO’ MENO SPASTICA!’ -le dice- e poi la invita a posizionarsi ai blocchi di partenza. Ci guardiamo tutte e tre, ridiamo e cala la tensione. La ‘spastica’ sta per partire, l’altra mi si avvicina e divertite constatiamo che quella non era una tecnica per concentrarsi: stava solo cercando di non affogarsi!’.

L’esame va alla grande: quanta suggestione.

Io e Bruce Springsteen

Da piccola mia madre ascoltava musica di tanto in tanto mentre si occupava di qualche incombenza domestica.

Mi sono sempre rammaricata di non avere avuto qualcuno capace di accompagnarmi nella vita, capace di farmi sentire di appartenere ad una famiglia, ad un luogo, ad una storia, di farmi sentire radicata in questo mondo…ma, facendo molta attenzione, qualcosa ho avuto e tanto mi deve bastare.

Ho questo bel ricordo di lei che ascoltava Bruce Springsteen a tutto volume e cantava e ballava e dichiarava tutto il suo amore per lui. Una visione.

Io per l’emozione di sentirla di buon umore e così sentimentale ho accolto nella nostra vita Bruce Springsteen come se fosse il mio vero padre.

Una parte di me sapeva la verità, l’altra ha vissuto il suo sogno fino in fondo: ero la figlia di una rock star! Questo spiegava la sua assenza: era in tournée in giro per il mondo ma presente nella nostra allegria.

L’inganno ha funzionato così bene che sono riuscita a raccontare questa verità a dei ragazzini che mi hanno creduta.

Avevamo le cassette Nebraska e Born in the U.S.A… Più che per la sua musica, apprezzo Bruce Springsteen per l’allegria di quei momenti.

Asha

Indore, Gennaio 19**

Cara amica,
non è importante se la situazione è oggettivamente migliore, quanto il modo in cui tu l’accetti e, al momento, d’importante ci sei tu e il bimbo che sta per nascere. Se il rapporto con lui migliorerà, sarà bene, altrimenti tu hai, ancor più di prima (secondo me), la tua vita da vivere e da rispettare.

Non si tratta di retorica, si tratta di pensare che, come mi avevi detto qui, il figlio lo volevi e, verso di lui, hai delle responsabilità di affetto e tenerezza.

Dagliele. Dipende da te per diventare uomo o donna e per ripagarti con la stessa cosa, l’affetto, che tu ora gli darai.

Penso debba esserci ora, forte di ciò che stai per avere, una scelta non dettata dalla debolezza ma dall’orgoglio. Sii orgogliosa di te, di essere madre, del tuo bimbo. Comportati sì da essere orgogliosa di te e che il tuo bimbo lo sia, e lo sarà, perché sei una ragazza sensibile, matura e puoi fare delle scelte, anche se dolorose.

Non tentennare. Sii felice. Essere felici vuol dire accettare la vita e accettarsi. Non lottare contro di essa.

Se bimba, qualunque nome tu scelga, sarà per me Asha (Speranza).

 

Temi delle elementari: il tuo cane

Durante il tema, ricordo che ho ripensato a Bobo, morto in prima elementare: taglia piccola dall’aspetto sgraziato, un incrocio inquietante dalla voce stridula o rauca a seconda di quanto la esercitasse e con i nervi sempre tesi. Abbaiava continuamente e frequentemente nelle mie orecchie. Le interazioni erano limitate: lascia stare il cane. Perciò nessuno dei due interagiva più di tanto con l’altro, lui intoccabile, io terrorizzata. Accompagnavo semplicemente il nonno nelle quotidiane passeggiate per fargli fare i bisogni. Onestamente non trovavo molto emozionante avere un cane poiché il tutto si riduceva a guardarlo pisciare spavaldo ogni dieci passi o vederlo cagare con quell’espressione da vulnerabile bastardo che aveva solo in quei momenti. Al mangiare pensava mia nonna che cucinava anche per lui. Poi ognuno nella sua cuccia.

Attacco il tema: se avessi un cane…andrei fuori col nonno quando lo porta a fare la passeggiata e guarderei mia nonna mentre gli prepara da mangiare.

La maestra sgomenta mi chiama alla lavagna e comincia ad elencarmi tutte le responsabilità che avrei dovuto prendermi io col mio cane.

Replico che sono una bambina e che non mi fanno uscire da sola o cucinare, tanto meno giocare col cane ma non importa.

Rifare!

Termometro a mare

A 24 anni imparai a nuotare. Nuotai quasi tutti i giorni per diverso tempo. Ero ancora impressionabile ma tecnicamente preparata.

Avevo fissato a lungo il mare profondissimo dagli scogli immaginando la liberazione che avrei provato se ci fossi entrata dentro. Un oceano di emozioni mi aspettava. Ero bloccata in quella vita sbagliata e dovevo mettermi alla prova.

Non passò molto tempo che mi lasciai andare. Entrai piano nel mare e sopravvissi all’emozione. La vastità di quel mondo sconosciuto finalmente era a mia disposizione.

E se mi ero liberata da qualcosa, forse avrei potuto liberarmi ancora.

Secondo l’istruttrice di nuoto dei primi tempi era chiaro che con la mia paura dell’acqua non sarei mai stata in grado di nuotare in acque profonde, figuriamoci andare sott’acqua. Ma io sapevo cosa fare ed ebbi ragione. Feci moltissime immersioni, nel blu, sempre più giù.

Nella vita certe cose bisogna farle senza chiedere conferme. Quella fu la prima evidente dimostrazione che in qualche modo conoscevo me stessa.

Ancora oggi il mare mi aiuta a capire: se vicino a lui mi viene voglia di nuotare forse è tutto a posto e se mi sento irrequieta ed ho voglia di indietreggiare forse devo lavorare su me stessa.

 

Lo straordinario viaggio del piccolo Enea

Ha tre anni, è il più piccolo del gruppo ed è inibito dalla grande confusione che fanno tutti gli altri. Vorrebbe uscire, così è troppo, non ha ancora scoperto certe parti di sé stesso.

Un giorno, mentre gironzola un po’ spaesato nella confusione degli altri scalmanati, qualcosa cattura la sua attenzione. Per lui e per me che lo osservo, nella stanza si spegne l’audio e tutto il resto si sfuoca.

Enea raccoglie una carta di caramella e inizia il suo viaggio come se una rotta precisa fosse disegnata sul pavimento.

Evidentemente protetto dagli Dei per il suo coraggio e la sua determinazione, evita i bambini volanti, ne scavalca pure di grossi distesi a terra e passa in mezzo ad altri ammucchiati, schiva senza preoccuparsene i materiali lanciati della seduta e arriva, miracolosamente illeso, al cestino.

Ormai sicuro, molla la carta e la osserva cadere. Questa per il vento apparente creato dal moto perpetuo degli altri, si sposta e si infila in uno stivale di adulto lì a fianco.

Senza fretta lui affonda tutto il braccio per recuperarla e stavolta la deposita sul fondo del cestino.

Poi sorride soddisfatto, si strofina le mani e torna nel gruppo un po’ più grande.

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