5 Ottobre

Non c’è acqua corrente, i frigoriferi sono riciclati come tutto il resto in questa stanza; Perla il gatto mi sfila tra le gambe mentre il divisorio di legno recuperato lascia filtrare della luce in questa cucina senza finestre.

Barcellona, 5 Ottobre. Io, lui e una ferma intenzione; quella di fare il Salame al cioccolato.

Una goccia di sudore mi scende lungo la schiena, dispongo gli ingredienti evitando le macchie sul tavolo, scuoto la testa; a quanto pare in questa nazione non esiste il cioccolato in polvere senza zucchero.

J. fa comparire una pentola da non so dove per poi mettersi alla guida del carrello della spesa pieno zeppo di stoviglie ancora da lavare. “ Vado ad aprire la canna dell’acqua e poi torno.” “Maledetta mantequilla*.” Borbotto mentre apro la bombola del gas.

Dalla porta improvvisata entra Machucao. Con fare distratto si gratta la testa, sposta una ciocca di capelli cinerei dalla faccia, poi si pulisce le dita sul gilet color zafferano. Ciondolando si ferma di fianco a me guardandomi da capo a piedi; io sto maneggiando un coltello: “ Eres una Bruja**.” La lama resta a mezz’aria, non ricambio il suo sguardo, sorrido di sguincio.

*Mantequilla= Margarina **Eres una Bruja= Sei una strega

Andirivieni

I miei piedi sulle tue gambe, mangiare con le dita, l’acqua calda che scorre; se ti scopo fammi sentire che sei qui.

Il vestito nuovo, imboccarti quando è sera, fammi uno sporco Jack. Cammino di notte ma riparo occhiali da sole. Ancora Maki.

Scambiare gioielli per caramelle, la penna nera che mi sporca le dita, un altro sconosciuto; danza con me, vieni più vicino. Sentire il tuo respiro mentre mi sei addosso, come ti chiami? Non importa.

I campi di pannocchie mai nate mentre il sole sorge. Non mi ricordo il tuo nome, rollare senza grinder, i vasi di lavanda essiccata sognano.

La Strega e i saltimbanchi, i piedi nudi, i labirinti, le ninfe; un vecchio film.

Prendimi per mano, Queen Elizabeth ordina un Mojito. Spezzare incantesimi scambiandoli per incanti. Che ne sarà ora? Rosari sgranati, profumo di pane; io e Billie cantiamo insieme. Ho la confusone mentale, qualcuno sullo sfondo urla: “Pazzesco!”

Vado a pescare in fondo al pozzo, mi guardi e ti riconosco. Mettiamo in pausa, è ora di ripartire.

 

 

Indovina chi viene a cena

Ci avevo messo una quarantina di minuti buoni ad arrivare, cenavamo insieme quella sera; quando suonai il campanello mi aprì la porta un négligé trasparente color pervinca.

“Ciao, Bárbàra!”

“Oh, ciao, tutto bene?”

“Víeni, víeni, entra! Jessica si sta prèpáràndo.”

Sollevai la bottiglia di bianco che tenevo in mano, mentre i suoi capezzoli puntavano diritti la mia faccia sfidando la forza di gravità.

Alfio, in arte Petunia aveva sesant’anni, ma il suo corpo non mostrava cedimento alcuno, portava a spasso il suo metro e novanta atteggiandosi da regina, era stata Miss trans anni orsono e quando camminava era ancora come se portasse la fascia addosso. Le pareti verde limone riflettevano la luce colorando tutto ciò che ci circondava; entrammo in cucina dove le persiane erano rigorosamente tenute abbassate. Lei continuava a parlarmi con quel suo siciliano italianizzato.

“Oh, non volevo disturbare…”

“Ma no! CHIDDICI! Tanto un quarto d’ora e hanno fínìto. Ho fatto anche il súgò guarda!”

Alzò il coperchio controllando il pomodoro che stava sobbollendo. Intanto i rumori che provenivano dal bagno si erano arrestati.

“Oh, Maronna mia! Sono in ritardo! Questo mò viene e io non sono ancora pronta!”

Mi sedetti ed attesi.

 

Moltitudini

Un passo oltre la soglia, dal silenzio al caos in meno di due secondi.

Erano tutti schierati, in un semicerchio, sugli spalti di un anfiteatro; c’era chi tirava noccioline, chi fischiava con due dita. Chi stava in piedi, chi seduto. Qualcuno sembrava annoiato, qualcun altro sembrava in attesa.

Un contadino malconcio dopo aver arato la la terra, un padre con aria premurosa, un assassino che guarda le sue vittime dritte in faccia, un bambino accovacciato, un burattinaio che rideva. Un drago dormiente. Un vecchio malfermo sulle gambe, un ladro vestito di nero, un santo, un buco nero, un sole.

Quanti siete la dentro?

Mille strade mille possibilità mille futuri che nascevano e morivano. Uno dopo l’altro, in un circolo vizioso ubriaco di perversione. E poi ho visto anche amore. Tanto, infinito, meraviglioso.

Nei tuoi occhi stasera ho visto moltitudini.

Il cassetto della nonna

“Dobbiamo andare.”

Avevamo una Fiat Argenta grigio metallizzato, erano i tempi senza aria condizionata, niente stereo, i tempi delle foderine dei sedili bianche, ed era estate, Agosto mi pare.

Ci eravamo svegliati presto, i miei genitori avevano passato una notte in bianco, lo zio non si trovava più da un paio di giorni. Avevo 15 anni e stavo seduta sui sedili posteriori, non capendo bene cosa stesse succedendo.

“Ma siamo sicuri che sia lui?” chiedeva mia madre a mio padre, lui alzò le spalle, aveva la mascella contratta, guidava guardando la strada mentre l’asfalto bollente distorceva le righe bianche che sfilavano veloci sotto le gomme.

Un grande albero, il parco, il cappio che costringe il collo ad una piega innaturale, i piedi che penzolano; dai polsi cadeva sangue che bagnava la terra.

Aveva una camicia bianca e dei pantaloni grigio topo. Come una fotografia, che veniva da un cassetto della nonna.

“Si, è lui.” I miei genitori si girarono a guardarmi con la faccia stranita. “Si è impiccato.” Nessuno disse più nulla per un bel pezzo.

Angelo Carlo, di anni quarantotto, lasciava due figli e una moglie, da quel giorno non avrebbe più condito l’insalata per nessuno.

Esterno notte.

Ero seduta a sinistra del palco, accanto al tecnico audio, dentro un cortile interno. Quella volta era per la raccolta fondi per i bambini malati di leucemia. Guardavo i miei amici mettere a posto gli attrezzi di fuoco mentre la band tributo iniziava a suonare. Davanti al palco in prima fila gruppi di madri con al seguito passeggini e la piega appena fatta; i nani dal canto loro iniziavano a barcollare sulle loro gambette con il naso all’insù.

L’aria iniziava a sapere di primavera, ma il grasso arrostito delle salamelle non dava tregua alcuna.

L’organizzatrice dell’evento era arrivata tutta trafelata, jeans oviesse felpa bianca della misura sbagliata, meches bionde e voce stridula:

“Qualcuno è vegano?”

“No.”

“Ah benomale! Perchè sapete per quelli stasera non c’è niente da mangiare…”

L’anca destra si sporse in fuori , con il conseguente spostamento di tutto il corpo, appoggiava i piedi in modo incerto.

Il cantante aveva gli occhiali da sole, la scritta “Aperitivando” campeggiava su un baretto improvvisato, mentre io non riuscivo a smettere di guardare tutte quelle vite con le loro storie, che avevano iniziato a cantare il ritornello malinconico/pop che conoscevo così bene.

Jack

Sedeva al bancone come tutte le sere nel solito Pub annegato in periferia. Stava ordinando un altro whiskey mentre si teneva in equilibrio precario sullo sgabello; un grosso orso, con le spalle chine, gli occhi cerchiati di nero e le unghie sporche.

Ciao Jack.”  Mi rispose con un grugnito mentre mi guardavo attorno cercando la mia amica che non c’era. Prese a giocare con il sottobicchiere, io mi sedetti accanto a lui. Ordinai un Rhum scuro ed iniziammo a parlare. Non avevo mai parlato con Jack; lui era parte dell’arredamento, come gli specchi finto inglesi appesi alle pareti o le panche che si atteggiavano a mobili di mogano.

Dipingo. Tutti i giorni, vado nel retro del mio garage e dipingo.” La sua bocca prendeva una piega strana quando sorrideva, si vedevano i denti giallastri che facevano capolino. “Mi piacerebbe vedere i tuoi quadri.”

Ci era venuta voglia di nicotina, uscimmo nel parcheggio, il fumo si mescolava con la condensa del nostro respiro, guardai in cielo, non c’erano stelle, lui iniziò a cantare: “Pleased to meet you / Hope you guess my name/ But what’s puzzling you / Is the nature of my game.”

Hey Momma, look at me

Cantiamo a squarciagola mentre il sole picchia sulla lamiera della mia auto, P. tiene il tempo tamburellando sulla gamba destra. Guardo i suoi pantaloni di pelle lucidi mentre i suoi capelli paglierini rimbalzano posseduti fino a sbattere sulla capotte dell’abitacolo.

“Living easy, living free/Season ticket on a one-way ride […] Don’t need reason, don’t need rhyme/Ain’t nothing I would rather do […]

Il subwoofer gracchia. Semaforo rosso. Gli faccio un cenno, lui mi passa una sigaretta, metto in folle.

“No stop signs, speed limit […] Hey Satan, payed my dues […]Hey Momma, look at me/I’m on my way to the promised land”

Il traffico ci ingoia, di fianco a noi un uomo asserragliato nel suo Suv, si allenta la cravatta regimental mal celando profondo disgusto per la nostra performance; poco più avanti una donna sulla cinquantina con i capelli cotonati si sistema il rossetto. Io cerco l’accendino.

Poi arriva lei. Dritta come un fuso sul tettuccio di una 127 azzurro cielo; le braccia aperte in un abbraccio infinito, lo sguardo aperto di chi non osserva nessuno ma vede tutto, l’aureola perde i suoi contorni sotto il sole cocente.

Mi cade la cenere sul seno. “I’m on the highway to heeeeeell!”

 

 

 

Ieri

Ieri ti ho tradito.
Ho preso la macchina, sono uscita da casa tua con la netta consapevolezza che non mi andava di tornarci; ti ho salutato guardandoti dritto gli occhi. Ti ho baciato e poi ho chiamato lui.
Avevo ancora il tuo profumo addosso. Ma ti ho tradito.
E mi è piaciuto.
Ci siamo incontrati verso sera, abbiamo chiacchierato come fanno i vecchi amici, abbiamo aperto qualche bottiglia, riso e scherzato, sapendo entrambi come sarebbe andata a finire. Finisce sempre così quando ci vediamo. La mattina ci siamo salutati con il sorriso in faccia. Lui mi piace, e so di piacergli. Lo sento quando mi stringe, lo vedo quando mi guarda. La cosa che mi fa più ridere è che ti senti in controllo della situazione, che credi di essere padrone del mondo e dei miei sentimenti. Credi di avermi sotto scacco e invece sono nata e morirò libera.
Sei stato troppo distratto, troppo egoista, troppo noioso. Eppure sono rimasta con te qualche tempo, perché credevo di amarti, perché ero drogata dalla routine, perché credevo di non avere di meglio da fare.
O forse perché in fondo l’accidia è un peccato capitale tanto quanto la lussuria.

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