Ho conosciuto un fantasma una volta.

Ho conosciuto un fantasma una volta.

Aveva 47 anni, i polsi piccoli, una voce che tradiva una leggera inflessione dialettale quando faceva la gatta.

Sono le 21.10 di un giovedì, e domani compirò quarant’anni. C’è una mia amica che sta tenendo le mani al fantasma in questo momento. E’ su una macchina che sta correndo in ospedale mentre i suoi passeggeri sono in preda all’incredulità.

Nessuno vuole credere al fatto che lei sia un fantasma.

Gli occupanti della macchina sono partiti dalla stessa città in cui l’uomo che vorrei mi permettesse di amarlo ha anche lui una gran confusione in testa. Domani sarà in viaggio; anche lui combatte per non diventare un’ombra. Mi ha detto che non sa cos’è l’amore, mi ha detto che non mi ama; mi ha anche detto di non andarmene.

Domani alle tre e trenta del pomeriggio pure io morirò ancora una volta. Mi guardo e mi rendo conto che lei mi passeggia più vicina da almeno una settimana. Credo non smetterà mai di farlo. Qui e ora, sento tutti questi fili che s’intrecciano, senza un inizio ne una fine. Storie di spettri che urlano senza essere sentiti; matasse che non sono nate per essere sbrogliate.

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Acqua e caffè.

Non riesco a staccare gli occhi dalle sue mani. Sono piccole, agili, rugose come la faccia di uno Shar Pei; le muove in un modo tutto suo, tenendo il mignolo rincalcagnito vicino al palmo.

Stamattina mi ha accolta con un caffè ed un bicchiere d’acqua nel suo piccolo appartamento affittato di fresco; adesso mi sta preparando il coniglio alla piastra:

“Non mi è mai piaciuto cucinare. Ho sempre lavorato fuori di casa e c’era la mensa. Lavoravo in una clinica e il Padrone chiamava me quando c’erano da accompagnare i bambini appena nati al Brefotrofio. Non lo diceva ai suoi due figli, erano anche loro medici sai?

Così io prendevo quel fagottino avvolto nei vestiti che gli davamo noi, mentre il primario preparava due lettere, una per l’istituto, l’altra per la regione.

Le ragazze erano benestanti. Lo so perché prenotavano una camera singola. Le facevano sparire dalla circolazione mesi prima del parto dicendo che erano andate a studiare da un’altra parte. Non dicevo niente e andavo a prenderlo, poi me lo tenevo stretto stretto in grembo. Tutte le volte mi veniva da piangere.”

Le sue pupille nelle mie. Restiamo in silenzio ed iniziamo a mangiare.

6.30 am

6.30 mi stringo nel piumino nero cercando di capire quanto ancora dovrò restare inchiodata su questa banchina.

L’asfalto fa il paio con il cielo, l’orizzonte annega nella nebbia, il respiro filtra attraverso la sciarpa e si condensa a contatto con l’aria.

Accanto a me c’è un uomo, indossa un completo Fumo di Londra, nella mano destra una valigetta in simil pelle nera; ha gli occhi di un vecchio Coker. Mi soffermo a guardargli le scarpe, hanno la punta arrotondata, le suole consumate, le impunture saltano a tratti; chi viene dalla provincia lo riconosci subito, segue le regole quel tanto che basta per mescolarsi nella grande metropoli, ma non arriva mai fino in fondo.

Mi accendo l’ultima sigaretta mentre cerco di scaldarmi le dita soffiandoci sopra. Una donna seduta sulla panchina picchietta sulla tastiera con lo smalto color cipria; gli angoli della bocca si piegano, il suo fondotinta la tradisce rivelando solchi rugosi.

La bestia di metallo arriva spedita, ci inghiotte e riparte; trovo un posto a sedere facendomi largo fra tre ragazze con la stessa collana di perle al collo. Dietro di noi una donna sudamericana guarda fuori dal finestrino, mentre un ragazzo sulla trentina legge fumetti sul suo laptop.

5 Ottobre

Non c’è acqua corrente, i frigoriferi sono riciclati come tutto il resto in questa stanza; Perla il gatto mi sfila tra le gambe mentre il divisorio di legno recuperato lascia filtrare della luce in questa cucina senza finestre.

Barcellona, 5 Ottobre. Io, lui e una ferma intenzione; quella di fare il Salame al cioccolato.

Una goccia di sudore mi scende lungo la schiena, dispongo gli ingredienti evitando le macchie sul tavolo, scuoto la testa; a quanto pare in questa nazione non esiste il cioccolato in polvere senza zucchero.

J. fa comparire una pentola da non so dove per poi mettersi alla guida del carrello della spesa pieno zeppo di stoviglie ancora da lavare. “ Vado ad aprire la canna dell’acqua e poi torno.” “Maledetta mantequilla*.” Borbotto mentre apro la bombola del gas.

Dalla porta improvvisata entra Machucao. Con fare distratto si gratta la testa, sposta una ciocca di capelli cinerei dalla faccia, poi si pulisce le dita sul gilet color zafferano. Ciondolando si ferma di fianco a me guardandomi da capo a piedi; io sto maneggiando un coltello: “ Eres una Bruja**.” La lama resta a mezz’aria, non ricambio il suo sguardo, sorrido di sguincio.

*Mantequilla= Margarina **Eres una Bruja= Sei una strega

Andirivieni

I miei piedi sulle tue gambe, mangiare con le dita, l’acqua calda che scorre; se ti scopo fammi sentire che sei qui.

Il vestito nuovo, imboccarti quando è sera, fammi uno sporco Jack. Cammino di notte ma riparo occhiali da sole. Ancora Maki.

Scambiare gioielli per caramelle, la penna nera che mi sporca le dita, un altro sconosciuto; danza con me, vieni più vicino. Sentire il tuo respiro mentre mi sei addosso, come ti chiami? Non importa.

I campi di pannocchie mai nate mentre il sole sorge. Non mi ricordo il tuo nome, rollare senza grinder, i vasi di lavanda essiccata sognano.

La Strega e i saltimbanchi, i piedi nudi, i labirinti, le ninfe; un vecchio film.

Prendimi per mano, Queen Elizabeth ordina un Mojito. Spezzare incantesimi scambiandoli per incanti. Che ne sarà ora? Rosari sgranati, profumo di pane; io e Billie cantiamo insieme. Ho la confusone mentale, qualcuno sullo sfondo urla: “Pazzesco!”

Vado a pescare in fondo al pozzo, mi guardi e ti riconosco. Mettiamo in pausa, è ora di ripartire.

 

 

Indovina chi viene a cena

Ci avevo messo una quarantina di minuti buoni ad arrivare, cenavamo insieme quella sera; quando suonai il campanello mi aprì la porta un négligé trasparente color pervinca.

“Ciao, Bárbàra!”

“Oh, ciao, tutto bene?”

“Víeni, víeni, entra! Jessica si sta prèpáràndo.”

Sollevai la bottiglia di bianco che tenevo in mano, mentre i suoi capezzoli puntavano diritti la mia faccia sfidando la forza di gravità.

Alfio, in arte Petunia aveva sesant’anni, ma il suo corpo non mostrava cedimento alcuno, portava a spasso il suo metro e novanta atteggiandosi da regina, era stata Miss trans anni orsono e quando camminava era ancora come se portasse la fascia addosso. Le pareti verde limone riflettevano la luce colorando tutto ciò che ci circondava; entrammo in cucina dove le persiane erano rigorosamente tenute abbassate. Lei continuava a parlarmi con quel suo siciliano italianizzato.

“Oh, non volevo disturbare…”

“Ma no! CHIDDICI! Tanto un quarto d’ora e hanno fínìto. Ho fatto anche il súgò guarda!”

Alzò il coperchio controllando il pomodoro che stava sobbollendo. Intanto i rumori che provenivano dal bagno si erano arrestati.

“Oh, Maronna mia! Sono in ritardo! Questo mò viene e io non sono ancora pronta!”

Mi sedetti ed attesi.

 

Moltitudini

Un passo oltre la soglia, dal silenzio al caos in meno di due secondi.

Erano tutti schierati, in un semicerchio, sugli spalti di un anfiteatro; c’era chi tirava noccioline, chi fischiava con due dita. Chi stava in piedi, chi seduto. Qualcuno sembrava annoiato, qualcun altro sembrava in attesa.

Un contadino malconcio dopo aver arato la la terra, un padre con aria premurosa, un assassino che guarda le sue vittime dritte in faccia, un bambino accovacciato, un burattinaio che rideva. Un drago dormiente. Un vecchio malfermo sulle gambe, un ladro vestito di nero, un santo, un buco nero, un sole.

Quanti siete la dentro?

Mille strade mille possibilità mille futuri che nascevano e morivano. Uno dopo l’altro, in un circolo vizioso ubriaco di perversione. E poi ho visto anche amore. Tanto, infinito, meraviglioso.

Nei tuoi occhi stasera ho visto moltitudini.

Il cassetto della nonna

“Dobbiamo andare.”

Avevamo una Fiat Argenta grigio metallizzato, erano i tempi senza aria condizionata, niente stereo, i tempi delle foderine dei sedili bianche, ed era estate, Agosto mi pare.

Ci eravamo svegliati presto, i miei genitori avevano passato una notte in bianco, lo zio non si trovava più da un paio di giorni. Avevo 15 anni e stavo seduta sui sedili posteriori, non capendo bene cosa stesse succedendo.

“Ma siamo sicuri che sia lui?” chiedeva mia madre a mio padre, lui alzò le spalle, aveva la mascella contratta, guidava guardando la strada mentre l’asfalto bollente distorceva le righe bianche che sfilavano veloci sotto le gomme.

Un grande albero, il parco, il cappio che costringe il collo ad una piega innaturale, i piedi che penzolano; dai polsi cadeva sangue che bagnava la terra.

Aveva una camicia bianca e dei pantaloni grigio topo. Come una fotografia, che veniva da un cassetto della nonna.

“Si, è lui.” I miei genitori si girarono a guardarmi con la faccia stranita. “Si è impiccato.” Nessuno disse più nulla per un bel pezzo.

Angelo Carlo, di anni quarantotto, lasciava due figli e una moglie, da quel giorno non avrebbe più condito l’insalata per nessuno.

Esterno notte.

Ero seduta a sinistra del palco, accanto al tecnico audio, dentro un cortile interno. Quella volta era per la raccolta fondi per i bambini malati di leucemia. Guardavo i miei amici mettere a posto gli attrezzi di fuoco mentre la band tributo iniziava a suonare. Davanti al palco in prima fila gruppi di madri con al seguito passeggini e la piega appena fatta; i nani dal canto loro iniziavano a barcollare sulle loro gambette con il naso all’insù.

L’aria iniziava a sapere di primavera, ma il grasso arrostito delle salamelle non dava tregua alcuna.

L’organizzatrice dell’evento era arrivata tutta trafelata, jeans oviesse felpa bianca della misura sbagliata, meches bionde e voce stridula:

“Qualcuno è vegano?”

“No.”

“Ah benomale! Perchè sapete per quelli stasera non c’è niente da mangiare…”

L’anca destra si sporse in fuori , con il conseguente spostamento di tutto il corpo, appoggiava i piedi in modo incerto.

Il cantante aveva gli occhiali da sole, la scritta “Aperitivando” campeggiava su un baretto improvvisato, mentre io non riuscivo a smettere di guardare tutte quelle vite con le loro storie, che avevano iniziato a cantare il ritornello malinconico/pop che conoscevo così bene.

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