F. 

Francesca, ragazza madre di 20 anni, guardava con aria scoglionata le conferenze stampa pre-elettorali con facce sorridenti che in loop perenne promettevano soluzioni rapide ed indolori.  Parlavano di precari, di emigrati,  di disoccupazione , di tasse sulla prima casa… nessuno però aveva ancora parlato di lei. Senza casa, ospite di fortuna di qualche amica, senza lavoro, il padre della bambina scomparso insieme a tutte le sue responsabilità. Ora se ne stava lì in una stanza di motel di quart’ordine a ricevere uomini benestanti e grigi impiegati insoddisfatti, quasi quanto lei, di quello che la vita gli aveva offerto. Uomini frustrati da capi esigenti e isterici, stressati da mogli isteriche e con acconciature improbabili. Cozze 50enni biondo platino, vampire di carte di credito per la gioia immensa di estetisti, solarium e parrucchieri che sembravano fotocopie sbiadite di trogloditi protagonisti televisivi.  Aspettava fumando una sigaretta Winston Blue. Osservava distrattamente il paesaggio fuori dalla finestra con la veneziana tirata giù a metà. Il rumore dei tir faceva vibrare i vetri sporchi e ingialliti. Quando il telefono faceva due squilli lei si rimetteva il baby doll rosa, da adolescente. Aggiustava il fiocco a farfallina posto nel mezzo dei due seni piccoli ma sodi. Si controllava il trucco al grande specchio del comò e si avvicinava con passo felpato alla porta aprendola leggermente e attendendo il passo pesante ed il respiro sempre un po’ affannoso del prossimo cliente. 150 euro se ne andavano tra affitto della stanza per il pomeriggio e la “tangente” al portiere che l’avvisava e controllava che tutto fosse ok. In tutto i clienti sganciavano tra gli 80 e i 150 euro a seconda del servizio richiesto e a conti fatti a fine giornata la sua dignità valeva 400/450 euro ma il sorriso di sua figlia, quando rientrava a casa alla sera, non aveva prezzo.

A. 

Antonio, 61 enne etilista, stava ripensando, dopo lo scippo appena subito, alla sua gioventù. In particolare al periodo trascorso a prestar servizio al corpo dei bersaglieri per 18 mesi a partire dal febbraio 1964. Le notti trascorse a fare le guardie al freddo,  le calzamaglie di lana pungente sotto i pantaloni militari, gli anfibi duri e freddi.

Si ricordava ogni momento di quella notte in cui, in fretta e furia, li fecero partire da Legnano destinazione Pisa dove un aereo li aveva trasportati in Sardegna in attesa di una probabile partenza per Israele. La notte passata in bianco accovacciato sulle turche puzzolenti della caserma sarda e in bocca sigarette bruciate voracemente. Poi al mattino il rientro dell’allarme e la sensazione d’essere un sopravvissuto al nulla.

Ora guardava il proprio corpo, perplesso, la vista annebbiata, il pantalone strappato sul ginocchio pulsante di dolore.  Si era rotto qualcosa, se lo sentiva, non riusciva a spostare la gamba eppure di alcool ne aveva già mandato giù parecchio quella mattina. Aveva una voglia matta di una sigaretta e di un bel mezzo litro di rosso, quello un po’ asprigno che gli serviva sempre Gino del bar-enoteca sotto casa. Ripensava a tutte le stronzate lette sui manifesti “Città più sicure?Vota per noi!” e sotto un bel faccione sorridente di qualche furbo/cretino di turno. A lui la città non aveva mai fatta paura. Aveva visto cose ben peggiori nella sua vita non ultime le allucinazioni che gli dava l’alcool. Quei due ragazzetti che l’avevano gettato a terra per fottergli il vecchio portafoglio di cuoio consunto con dentro si e no 20 euro, gli avrebbe mangiati vivi una ventina d’anni fa. Ora invece era lì disteso su un marciapiede odorante di piscio e città come un povero rincoglionito.

Deliri a 200 km orari

Discrepanze intellettuali distanze mentali siderali sinapsi bruciate così come la punteggiatura in 200 parole buttate
200 non ci credi e vorresti contarle
200 pugni al fegato
200 come i minuti inclusi nel tuo abbonamento telefonico
Deliri distanze incolmabili viaggi mai sufficienti a scoprire che viaggiare mi annoia così come vivere
Una lunga distanza da coprire dolore per terminare
200 rintocchi di campana di paese in bronzo forgiato da mani sapienti
200 mani che non ci sono più materiali che non si usano più suoni vuoti che rimbombano come queste parole insulse
200 orari la velocità a cui vorrei andare su autostrade buie e libere nella notte illuminazioni a led ai lati il rumore assordante del silenzio per sfidare il buio e l’impatto
la disintegrazione dell’insopportabile IO
l’ego vanificato distrutto in miliardi di molecole sporche di vita
200 volte al dì ad odiare ad odiarmi a non capire cosa c’è da capire
vano è tutto vano
200 proiettili sparati nel cielo sperando che quello giusto ricada al momento giusto
pioggia di piombo da un cielo di piombo sopra una città esalante paraffine ed idrocarburi
200 volte per vergognarsi ancora e per delirare su noia e distanze

​Boutade #1

Nonna tenta il suicidio dopo aver scoperto che il nipote è vegano
Una nonna abitante in un piccolo paese in  provincia di Bologna, Ercola (nome di fantasia) ha scoperto, mentre attendeva che il suo computer finisse di scaricare un porno amatoriale, dal profilo facebook del nipote Gualtiero (nome reale) che il giovane era diventato vegano.
La nonna che aveva già preparato un sobrio pasto pasquale con antipasti composti da 25 tipi di salumi, primi a base di ragù, carne cruda di contorno e, per loccasione, un agnello arrosto ha avuto  un collasso per cui è stato necessario l’intervento del 118.

Appena rinvenuta, con la scusa di rollarsi una canna in bagno, ha tentato il suicidio ingerendo una confezione di assorbenti con le ali. Per fortuna la figlia Gualtiera Seconda (nome del cazzo) insospettita dall’assenza di odori e flautulenze ha sfondato la porta del bagno con un nokia 3310 che funziona ancora benissimo. L’anziana, ricoverata all’ospedale San Brasato, sembra si stia lentamente riprendendo, non si hanno invece notizie del nipote.

LoKomotive

C’era qualcosa di pesante nell’aria. Non era stanchezza né mancanza d’energie. Era insoddisfazione con un peso specifico elevatissimo. Nonostante fumassi e bevessi a tutto andare quella sensazione non se ne andava. Stava lì come un macigno che incurva la schiena, era voglia di non fare più nulla, mangiare, bere, o camminare. Anche il solo pensare o meglio cercare di pensare ad altro era un pugno nella bocca dello stomaco, era togliersi il respiro consapevolmente con la speranza che non tornasse quella fitta. C’era la voglia di librarsi nell’aria anche solo per pochi istanti con la consapevolezza di non saper volare. Pochi istanti nel vuoto prima di essere inglobato dalla forza di gravità, dalla pesantezza dell’esistenza. Tutto era nebbia e umidità, odore di legna bruciata e boscaglia fitta e tutto era così strano seppur ben conosciuto. Per guida non rimaneva altro che il fischio di una locomotiva in lontananza. Sentore di viaggi e voglia di fuga ma la strada era ancora lunga e una sola cosa accompagnava il tragitto, il senso d’essere dentro l’inferno e non avere la minima idea di come uscirne.

“I know it looks like I’m insane take a closer look I’m not to blame, if love is blind I guess I’ll buy myself a cane”

L’officina di Tony

Tony è il mio meccanico di fiducia. Calabrese coriaceo, un metro e sessantacinque per due mani dotate di piccoli tronchi al posto delle dita e una solidità generale degna di un cinghiale dell’Aspromonte. Ogni volta che arrivo con la mia Audi da zingaro (come la chiama lui) inizia il teatrino.
“Mannaia la puttana ma sempre co sto scassone stai ?!”

a cui segue risata corale perché quando ride lui ridono pure il suo dipendente, un anziano in pensione che gli da una mano e la segretaria dai capelli “biondo lady gaga” che gironzola sul soppalco dell’officina fiera delle sue minigonne nonostante le 60 primavere.

“Cos’ha sta maccana eh? Cos’ha visto stavolta?”

E io giù a parlargli di spie che si accendono e che fanno somigliare il cruscotto all’albero di natale a led che m’ha venduto quel bastardo di Chang a 15 euro per poi scoprire che al Lidl lo facevano a 10.

Appena Tony termina il primo atto della commedia apre il cofano, manda l’anziano a prendere il computerino e si accende una Nazionale offrendomene una pur sapendo che non fumo

“che cazzo di uomo sei, non fumi! Non bevi, non mangi la carne ma almeno scopi cazzu?!!” E giù con un’altra risata corale mentre io paziente alzo gli occhi al cielo e sbircio il perizoma di lady gaga.

Risvegli

Abbiamo scopato così forte che il cazzo stamattina mi bruciava come se avessi mangiato una salsa fatta del più potente peperoncino messicano. Sono esausto. Ho fame. Vorrei alzarmi dal letto, andare in cucina, aprire il frigo e prendere la prima schifezza che trovo e una birra gelata. O anche solo delle patatine, mi sembra ne siano avanzate un po. Vorrei accendermi una sigaretta ma avendo ripreso a fumare tabacco ciò comporterebbe una fatica fisica ed un impegno manuale e ora  non ci riesco, sono stanco e poi non riesco a togliere gli occhi dalla tua linea perfetta. Una linea che parte dai tuoi capelli scende sul collo pieno di segni che ti ho lasciato stanotte, scollina sulla spalla per poi precipitare sul tuo fianco così mediterraneo e liscio e poi ancora prosegue disegnando il più bel culo che abbia mai visto e procede diretta e decisa a disegnare la tua gamba lunga e affusolata chiusa dal piede che ho mordicchiato ieri sera mentre giocavamo prima del sesso. Voglio morire così, esausto ma mai sazio di te.

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