Pittura 

Dipingo. Lo faccio spesso quando vivo su questa spiaggia. Dipingo perlopiù corpi e volti iperespressivi, ma la famiglia, che ci affitta la stanza in una parte della propria casa, non sembra stupirsi particolarmente.

A poco a poco però, prima Lakshmi, che parla inglese, poi gli altri, uno alla volta, vengono a vedere cosa sto facendo.

A volte sembrano apprezzare. Forse il mio stile iperfisiognomico somiglia a certa iconografia di queste parti. Magari semplicemente  piace, anche se è strano. Vorrei tanto parlare questa lingua: il kannada.

Oggi sono arrivate le ragazze con un dado da gioco. Lakshmi chiede se può usare i miei colori per ridipingerne i numeri cancellati. Così sono tutti intorno a me, arrivano anche i bambini, che di solito se ne stanno strategicamente a distanza. 

A turno guardano: il quadro, i colori, i pennelli, le mie mani, me, il quadro, i colori. ..Non riesco più a continuare.

– Cos’è? – Chiede.

– Sono facce – Rispondo.

Ridiamo tutti.

“Like x-ray, inside body looking.” Sono scorticati anatomici con degli innesti di tubi.

Lakshmi colora prima di bianco ogni faccia del dado – così si vedono meglio i numeri – mi dice.

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VOLPI A BERLINO

Shaker schizza come una molla, mi accorgo che sta rincorrendo una volpe. La sua schiena è contratta in un’implosione di pelo bianco, muscoli ed ossa, con la coda alta.
Me lo aveva detto il vicino che in questo periodo si vedono animali selvatici in città.
La volpe, con un balzo altissimo, supera la rete di recinzione. Shaker tenta di fare lo stesso, ma forse non ha visto bene la rete, con tutta quell’edera!
Mi blocco attonita guardando il mio peloso amico fracassarsi. Sembra Tom e Jerry. Una fisarmonica di pelo bianco spiaccicata come una frittella contro la rete: questa è l’immagine che mi travolge.
Non posso trattenere una violenta risata, forse addirittura due e un po’ me ne vergogno, perché immediatamente mi preoccupo, ha preso una botta fortissima.
Mi avvicino per controllare il muso, vedo un paio di graffietti piccoli ma non faccio in tempo a guardare meglio, che Shaker subito si scosta come per nascondersi. Sarà che si vergogna?
Fanculo le risate fuori controllo! Comunque non sanguina, sembra stare bene… faccio così: abbozzo, no? Faccio finta di niente.
Shaker intanto ha visto una lucertola ed è già balzato tre metri più in là.

Bambino

Si sta bene seduti su questa piattaforma di cemento. Si trova al confine tra la spiaggia ed il sentiero che va nella giungla. Essendo rialzata, laccata di rosso, costantemente spazzata dal vento è un luogo confortevole.
Qualcosa attira la mia attenzione. Guardo meglio: è un bambino sui quattro o cinque anni.
Si avvicina. Mi guarda, accenna un sorriso e comincia a parlare. Non capisco niente.
Ora è davanti alla piattaforma. Tra me e lui c’è un bordo di cemento rialzato. Continua a parlare, intenzionato a dirmi qualcosa. Non sembra turbato dal fatto che io non capisca nulla, che continui a guardarlo con un punto interrogativo incarnato in ogni cellula.
Provo a domandare se si sia perso, ma non riesco a farmi capire.
Vagamente frustrato dall’incomunicabilità, disegna con la saliva una mappa sul cemento laccato. Si vede, geniale. Continua a ripetere un nome, ricalca ripetutamente le linee perché non si asciughino. Produce una quantità di saliva impressionante.

Passano i minuti, mi alzo, gli tendo la mano desiderosa di accompagnarlo dove capiscano quello che dice.
Mi guarda un po’ sorpreso, si allontana sempre guardandomi. Imbocca il sentiero di corsa e si volta due o tre volte per salutarmi prima di sparire.

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