Saldare i propri debiti

‘Signore, signore, beato lei che è fuori, a me mi tengono sempre in casa’. Sento una mano afferrarmi per un’orecchio e cerco di non inciampare mentre rientro in casa trascinata da una forza superiore.

Con mia madre non ha mai funzionato. Non avevamo niente in comune, neppure l’affetto ci legava. Lei mi tollerava perché mi aveva voluta mio padre e fosse stato per lei avrebbe abortito come le volte precedenti ma mio padre a suo avviso era persino peggio di lei così mi ha fatto un favore tenendomi con sé.

Io ero riconoscente e capivo tutti i sacrifici che faceva per me per sopportarmi.

Ho imparato presto a cercare di occupare il minor spazio possibile ma essendo piuttosto maldestra ogni giorno ero una disperazione per lei.

Ricordo che si sforzava di portarmi con sé ma poi di tanto in tanto mi lasciava in macchina da sola e di notte mentre lei andava in giro con gli amici o a spiare il suo uomo. Mi salutava con un sorriso compiaciuto per quanto fossi una bambina ben adattata al suo stile di vita.

Una volta cresciuta ha preteso gli interessi e a 32 anni ho deciso di aver saldato il debito.

Temi delle elementari: 1) Il tuo albero genealogico, 2) Descrivi uno dei tuoi genitori.

2) Descrivo mia madre perché un padre non ce l’ho come ho pure tanta confusione su tutto l’albero genealogico tra zii effettivi che non conosco e zii acquisiti per amicizia che frequentiamo e che, come ho poi imparato a suon di sberle, non c’entrano nulla con la famiglia.

La zia Adriana poi è la moglie del fratello di mia nonna e pare non essere rilevante per la maestra nella casella altrimenti vuota degli zii.

Date le premesse non potevo che sbagliare anche questo compito, ma stavolta ho quasi rischiato di venire rinnegata e, col senno di poi, avrebbe potuto essere persino meglio.

Capelli ricci, biondi e, fin qui, nulla da eccepire per nessuno; bella, brava (devo aver copiato dalla Sara perché avevo già imparato che certe cose non si dicono) e con gli occhi verdi.

Avevo pure preso un bel voto, un dato irrilevante di fronte alla furia di mia madre che gli occhi ce li ha azzurri. Dopo essermisi piazzata ad un centimetro mentre mi stritolava un braccio non solo ho potuto constatare che sì, li ha azzurri, ma anche che li ha storti e alle elementari ancora le cose mi scappavano di bocca.

L’importanza della distanza

E’ passato più di un anno dall’ultimo nostro incontro e a quell’età si cambia molto velocemente perché adesso i piccoli scossoni di assestamento della vita lasciano il segno.

Alcune cose non funzionano più tanto bene e, osservandola, mi accorgo che la vecchiaia ha come esasperato certe caratteristiche della sua personalità…come se si fosse inizialmente agganciata alle sue debolezze per poi prendere posto lì, nella sua pigrizia mentale e vivere della sua memoria.

In questi giorni insieme inevitabilmente ho ricordato tanti episodi della nostra vita. Ho provato tenerezza nei suoi confronti ma ho sofferto ancora per tutto quello che significano certi suoi gesti ormai solo meccanici.

Che genitori saranno stati i tanti anziani abbandonati dai figli e perché la società non si prende cura di loro? Perché è previsto dalla legge che un genitore possa abbandonare un figlio e non dovergli più niente, mentre un figlio, che non ha quasi ricordo di suo padre o sua madre o che addirittura ha subito tormenti e maltrattamenti da loro, debba occuparsi di loro dal momento che non sono più autosufficienti?

Guardo le sue mani oggi innocue che mi picchiavano ingiustamente e sono felice della sensibilità e comprensione di cui sono capace.

Piccole nuove consapevolezze

Era un giorno come tanti di lotta tra le varie parti di me stessa che io non accetto così come sono…cosa che si riflette sulle mie relazioni rendendomi diffidente con gli altri e con le loro diverse parti. Ho pochi selezionatissimi amici che, quando coi fatti contraddicono la perfezione che ho loro attribuito, resistono alla mia incomprensione.

Decido di voler conoscere una persona nuova per condividere un sogno speciale. Mi parlano di una ragazza…ci penso e passa un anno. Un giorno me la indicano, un altro la fermo, finalmente parliamo al volo e ci scambiamo i numeri per accordarci. Non risponde, la diffidenza sale…quando ci incrociamo di nuovo.

E’…curiosa! Fissiamo un appuntamento! Vive in città, io fuori dal mondo. Mi sorprende la sua disponibilità così mi rilasso.

Ci incontriamo in un locale e parliamo per ore. Lei è accogliente, sincera, profonda. Siamo simili e diverse e, rifletto, è proprio grazie a diversità come queste che è possibile realizzare i sogni. Tratta con cura e delicatezza il mio sogno e me, ci rispetta e incoraggia a tal punto che realizzo, in un momento, per la prima volta e con tutta me stessa, che non esistono persone perfette…ma parti perfette di persone.

Andirivieni

I miei piedi sulle tue gambe, mangiare con le dita, l’acqua calda che scorre; se ti scopo fammi sentire che sei qui.

Il vestito nuovo, imboccarti quando è sera, fammi uno sporco Jack. Cammino di notte ma riparo occhiali da sole. Ancora Maki.

Scambiare gioielli per caramelle, la penna nera che mi sporca le dita, un altro sconosciuto; danza con me, vieni più vicino. Sentire il tuo respiro mentre mi sei addosso, come ti chiami? Non importa.

I campi di pannocchie mai nate mentre il sole sorge. Non mi ricordo il tuo nome, rollare senza grinder, i vasi di lavanda essiccata sognano.

La Strega e i saltimbanchi, i piedi nudi, i labirinti, le ninfe; un vecchio film.

Prendimi per mano, Queen Elizabeth ordina un Mojito. Spezzare incantesimi scambiandoli per incanti. Che ne sarà ora? Rosari sgranati, profumo di pane; io e Billie cantiamo insieme. Ho la confusone mentale, qualcuno sullo sfondo urla: “Pazzesco!”

Vado a pescare in fondo al pozzo, mi guardi e ti riconosco. Mettiamo in pausa, è ora di ripartire.

 

 

Indovina chi viene a cena

Ci avevo messo una quarantina di minuti buoni ad arrivare, cenavamo insieme quella sera; quando suonai il campanello mi aprì la porta un négligé trasparente color pervinca.

“Ciao, Bárbàra!”

“Oh, ciao, tutto bene?”

“Víeni, víeni, entra! Jessica si sta prèpáràndo.”

Sollevai la bottiglia di bianco che tenevo in mano, mentre i suoi capezzoli puntavano diritti la mia faccia sfidando la forza di gravità.

Alfio, in arte Petunia aveva sesant’anni, ma il suo corpo non mostrava cedimento alcuno, portava a spasso il suo metro e novanta atteggiandosi da regina, era stata Miss trans anni orsono e quando camminava era ancora come se portasse la fascia addosso. Le pareti verde limone riflettevano la luce colorando tutto ciò che ci circondava; entrammo in cucina dove le persiane erano rigorosamente tenute abbassate. Lei continuava a parlarmi con quel suo siciliano italianizzato.

“Oh, non volevo disturbare…”

“Ma no! CHIDDICI! Tanto un quarto d’ora e hanno fínìto. Ho fatto anche il súgò guarda!”

Alzò il coperchio controllando il pomodoro che stava sobbollendo. Intanto i rumori che provenivano dal bagno si erano arrestati.

“Oh, Maronna mia! Sono in ritardo! Questo mò viene e io non sono ancora pronta!”

Mi sedetti ed attesi.

 

Incontro ravvicinato del terzo tipo.

All’uscita della rotonda accelero, sono in ritardo…noooo: ALT, patente e libretto. Mai stata fermata dai carabinieri, così ho una certa soggezione ma la fretta smorza l’ansia.

Offro subito la patente ma non so niente di questo libretto. Mentre cerco nel cruscotto, ricordo vagamente la voce seccata di mia madre che dice: ‘Ho messo il libretto in casa. Ricordatelo!’ E la mia che risponde distratta: ‘Siii, va bene (non seccarmi)’.

Così comincio ad allungare al carabiniere qualsiasi libretto sperando nel suo aiuto e continuo a frugare affannosamente dappertutto, pure nel bagagliaio, mentre spiego che quella è la macchina di mia madre…che lei è in Grecia e che deve avermi detto di averlo tolto ma io non la sto mai a sentire…non posso neppure chiamarla e sono in ritardissimo dallo psicologo…ma poi, ‘E’ così importante questo libretto?’ dico io sconsolata e mortificata.

Il carabiniere si fa paterno e rassicurante: ‘Signorina, vada pure al suo appuntamento. La prossima volta però esca in tempo per non fare le corse e si faccia dire dalla mamma dove trovarlo perché se qualcuno la ferma potrebbe farle la multa’.

‘Oh, grazie, farò così. Scusi…ma se mi ferma chi potrebbe farmi la multa?’.

Steve

La mattinata era già iniziata storta forte. Sveglia alle 6 e un quarto come al solito e come al solito rimandata, a suon di pugni e imprecazioni, ad un funambolico quanto ansiogeno 7 e 30 chiara condanna a una pulizia sommaria e fantozziana, caffè freddo americano avanzato dalla sera prima sul tavolo ikea 80×80 del cucinino poco più grande. Forse qualcuno ci aveva pure spento la cicca dentro quella brodaglia allungata che in qualche nazione hanno il coraggio di chiamare caffè.

Ma Stefano, Steve il pazzo per gli amici, non si faceva particolari paranoie soprattutto dopo aver dormito due ore e mezza affogando in incubi terribili frutto delle 3 diverse droghe assunte la sera prima nonché un’infinità d’alcolici mal mischiati che gli avevano lasciato in eredità un mal di testa epocale e un senso di nausea che già sapeva sarebbe stato suo fedele compagno per tutta la giornata. Steve non riusciva a vomitare. Gli piaceva tenere tutto dentro. Così anche quella mattina dopo aver infilato il chiodo con 20 anni di vita sulle spalle rubato su una delle panche di Giancarlo ai murazzi, si precipitò giù uscendo come un pazzo sul ballatoio antistante i suoi 32,5 mq di monolocale. Quel, 5 era il pezzo forte del proprietario che gliela aveva mostrato insieme alla bellissima vista sul mercato più bello del mondo Porta Palazzo mica cazzi.

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