A. 

Antonio, 61 enne etilista, stava ripensando, dopo lo scippo appena subito, alla sua gioventù. In particolare al periodo trascorso a prestar servizio al corpo dei bersaglieri per 18 mesi a partire dal febbraio 1964. Le notti trascorse a fare le guardie al freddo,  le calzamaglie di lana pungente sotto i pantaloni militari, gli anfibi duri e freddi.

Si ricordava ogni momento di quella notte in cui, in fretta e furia, li fecero partire da Legnano destinazione Pisa dove un aereo li aveva trasportati in Sardegna in attesa di una probabile partenza per Israele. La notte passata in bianco accovacciato sulle turche puzzolenti della caserma sarda e in bocca sigarette bruciate voracemente. Poi al mattino il rientro dell’allarme e la sensazione d’essere un sopravvissuto al nulla.

Ora guardava il proprio corpo, perplesso, la vista annebbiata, il pantalone strappato sul ginocchio pulsante di dolore.  Si era rotto qualcosa, se lo sentiva, non riusciva a spostare la gamba eppure di alcool ne aveva già mandato giù parecchio quella mattina. Aveva una voglia matta di una sigaretta e di un bel mezzo litro di rosso, quello un po’ asprigno che gli serviva sempre Gino del bar-enoteca sotto casa. Ripensava a tutte le stronzate lette sui manifesti “Città più sicure?Vota per noi!” e sotto un bel faccione sorridente di qualche furbo/cretino di turno. A lui la città non aveva mai fatta paura. Aveva visto cose ben peggiori nella sua vita non ultime le allucinazioni che gli dava l’alcool. Quei due ragazzetti che l’avevano gettato a terra per fottergli il vecchio portafoglio di cuoio consunto con dentro si e no 20 euro, gli avrebbe mangiati vivi una ventina d’anni fa. Ora invece era lì disteso su un marciapiede odorante di piscio e città come un povero rincoglionito.

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