Jack

Sedeva al bancone come tutte le sere nel solito Pub annegato in periferia. Stava ordinando un altro whiskey mentre si teneva in equilibrio precario sullo sgabello; un grosso orso, con le spalle chine, gli occhi cerchiati di nero e le unghie sporche.

Ciao Jack.”  Mi rispose con un grugnito mentre mi guardavo attorno cercando la mia amica che non c’era. Prese a giocare con il sottobicchiere, io mi sedetti accanto a lui. Ordinai un Rhum scuro ed iniziammo a parlare. Non avevo mai parlato con Jack; lui era parte dell’arredamento, come gli specchi finto inglesi appesi alle pareti o le panche che si atteggiavano a mobili di mogano.

Dipingo. Tutti i giorni, vado nel retro del mio garage e dipingo.” La sua bocca prendeva una piega strana quando sorrideva, si vedevano i denti giallastri che facevano capolino. “Mi piacerebbe vedere i tuoi quadri.”

Ci era venuta voglia di nicotina, uscimmo nel parcheggio, il fumo si mescolava con la condensa del nostro respiro, guardai in cielo, non c’erano stelle, lui iniziò a cantare: “Pleased to meet you / Hope you guess my name/ But what’s puzzling you / Is the nature of my game.”

How to annoy me.

I saw the surge of the tide grab hold of him. His two friends barely managed to stay put when the large waves came rolling in. Instantly the young man got pulled into deep waters by the currents.

They shouted to get my attention, but I was already on my way. I swam towards the head that stayed submerged for longer and longer. He was half meter below the surface when I arrived. I just grabbed him by his hair and pulled him up. He was terrified, but surprisingly calm… Good. I didn’t have to slap him, even if he deserved one.

The twenty meters back to where my feet could touch the seafloor took forever in my mind. The fight with the waves turned out to be harder than I expected. With only one arm free and the weight of an extra body, I had to push hard to even advance the slightest.

We were both exhausted when we sat down on the beach. They thanked me, asked for my name and a few more questions, but then I left. I was angry they where this far out in the water without knowing how to swim… I hate stupidity…

F. 

Francesca, ragazza madre di 20 anni, guardava con aria scoglionata le conferenze stampa pre-elettorali con facce sorridenti che in loop perenne promettevano soluzioni rapide ed indolori.  Parlavano di precari, di emigrati,  di disoccupazione , di tasse sulla prima casa… nessuno però aveva ancora parlato di lei. Senza casa, ospite di fortuna di qualche amica, senza lavoro, il padre della bambina scomparso insieme a tutte le sue responsabilità. Ora se ne stava lì in una stanza di motel di quart’ordine a ricevere uomini benestanti e grigi impiegati insoddisfatti, quasi quanto lei, di quello che la vita gli aveva offerto. Uomini frustrati da capi esigenti e isterici, stressati da mogli isteriche e con acconciature improbabili. Cozze 50enni biondo platino, vampire di carte di credito per la gioia immensa di estetisti, solarium e parrucchieri che sembravano fotocopie sbiadite di trogloditi protagonisti televisivi.  Aspettava fumando una sigaretta Winston Blue. Osservava distrattamente il paesaggio fuori dalla finestra con la veneziana tirata giù a metà. Il rumore dei tir faceva vibrare i vetri sporchi e ingialliti. Quando il telefono faceva due squilli lei si rimetteva il baby doll rosa, da adolescente. Aggiustava il fiocco a farfallina posto nel mezzo dei due seni piccoli ma sodi. Si controllava il trucco al grande specchio del comò e si avvicinava con passo felpato alla porta aprendola leggermente e attendendo il passo pesante ed il respiro sempre un po’ affannoso del prossimo cliente. 150 euro se ne andavano tra affitto della stanza per il pomeriggio e la “tangente” al portiere che l’avvisava e controllava che tutto fosse ok. In tutto i clienti sganciavano tra gli 80 e i 150 euro a seconda del servizio richiesto e a conti fatti a fine giornata la sua dignità valeva 400/450 euro ma il sorriso di sua figlia, quando rientrava a casa alla sera, non aveva prezzo.

A. 

Antonio, 61 enne etilista, stava ripensando, dopo lo scippo appena subito, alla sua gioventù. In particolare al periodo trascorso a prestar servizio al corpo dei bersaglieri per 18 mesi a partire dal febbraio 1964. Le notti trascorse a fare le guardie al freddo,  le calzamaglie di lana pungente sotto i pantaloni militari, gli anfibi duri e freddi.

Si ricordava ogni momento di quella notte in cui, in fretta e furia, li fecero partire da Legnano destinazione Pisa dove un aereo li aveva trasportati in Sardegna in attesa di una probabile partenza per Israele. La notte passata in bianco accovacciato sulle turche puzzolenti della caserma sarda e in bocca sigarette bruciate voracemente. Poi al mattino il rientro dell’allarme e la sensazione d’essere un sopravvissuto al nulla.

Ora guardava il proprio corpo, perplesso, la vista annebbiata, il pantalone strappato sul ginocchio pulsante di dolore.  Si era rotto qualcosa, se lo sentiva, non riusciva a spostare la gamba eppure di alcool ne aveva già mandato giù parecchio quella mattina. Aveva una voglia matta di una sigaretta e di un bel mezzo litro di rosso, quello un po’ asprigno che gli serviva sempre Gino del bar-enoteca sotto casa. Ripensava a tutte le stronzate lette sui manifesti “Città più sicure?Vota per noi!” e sotto un bel faccione sorridente di qualche furbo/cretino di turno. A lui la città non aveva mai fatta paura. Aveva visto cose ben peggiori nella sua vita non ultime le allucinazioni che gli dava l’alcool. Quei due ragazzetti che l’avevano gettato a terra per fottergli il vecchio portafoglio di cuoio consunto con dentro si e no 20 euro, gli avrebbe mangiati vivi una ventina d’anni fa. Ora invece era lì disteso su un marciapiede odorante di piscio e città come un povero rincoglionito.

Hey Momma, look at me

Cantiamo a squarciagola mentre il sole picchia sulla lamiera della mia auto, P. tiene il tempo tamburellando sulla gamba destra. Guardo i suoi pantaloni di pelle lucidi mentre i suoi capelli paglierini rimbalzano posseduti fino a sbattere sulla capotte dell’abitacolo.

“Living easy, living free/Season ticket on a one-way ride […] Don’t need reason, don’t need rhyme/Ain’t nothing I would rather do […]

Il subwoofer gracchia. Semaforo rosso. Gli faccio un cenno, lui mi passa una sigaretta, metto in folle.

“No stop signs, speed limit […] Hey Satan, payed my dues […]Hey Momma, look at me/I’m on my way to the promised land”

Il traffico ci ingoia, di fianco a noi un uomo asserragliato nel suo Suv, si allenta la cravatta regimental mal celando profondo disgusto per la nostra performance; poco più avanti una donna sulla cinquantina con i capelli cotonati si sistema il rossetto. Io cerco l’accendino.

Poi arriva lei. Dritta come un fuso sul tettuccio di una 127 azzurro cielo; le braccia aperte in un abbraccio infinito, lo sguardo aperto di chi non osserva nessuno ma vede tutto, l’aureola perde i suoi contorni sotto il sole cocente.

Mi cade la cenere sul seno. “I’m on the highway to heeeeeell!”

 

 

 

Ieri

Ieri ti ho tradito.
Ho preso la macchina, sono uscita da casa tua con la netta consapevolezza che non mi andava di tornarci; ti ho salutato guardandoti dritto gli occhi. Ti ho baciato e poi ho chiamato lui.
Avevo ancora il tuo profumo addosso. Ma ti ho tradito.
E mi è piaciuto.
Ci siamo incontrati verso sera, abbiamo chiacchierato come fanno i vecchi amici, abbiamo aperto qualche bottiglia, riso e scherzato, sapendo entrambi come sarebbe andata a finire. Finisce sempre così quando ci vediamo. La mattina ci siamo salutati con il sorriso in faccia. Lui mi piace, e so di piacergli. Lo sento quando mi stringe, lo vedo quando mi guarda. La cosa che mi fa più ridere è che ti senti in controllo della situazione, che credi di essere padrone del mondo e dei miei sentimenti. Credi di avermi sotto scacco e invece sono nata e morirò libera.
Sei stato troppo distratto, troppo egoista, troppo noioso. Eppure sono rimasta con te qualche tempo, perché credevo di amarti, perché ero drogata dalla routine, perché credevo di non avere di meglio da fare.
O forse perché in fondo l’accidia è un peccato capitale tanto quanto la lussuria.

Deliri a 200 km orari

Discrepanze intellettuali distanze mentali siderali sinapsi bruciate così come la punteggiatura in 200 parole buttate
200 non ci credi e vorresti contarle
200 pugni al fegato
200 come i minuti inclusi nel tuo abbonamento telefonico
Deliri distanze incolmabili viaggi mai sufficienti a scoprire che viaggiare mi annoia così come vivere
Una lunga distanza da coprire dolore per terminare
200 rintocchi di campana di paese in bronzo forgiato da mani sapienti
200 mani che non ci sono più materiali che non si usano più suoni vuoti che rimbombano come queste parole insulse
200 orari la velocità a cui vorrei andare su autostrade buie e libere nella notte illuminazioni a led ai lati il rumore assordante del silenzio per sfidare il buio e l’impatto
la disintegrazione dell’insopportabile IO
l’ego vanificato distrutto in miliardi di molecole sporche di vita
200 volte al dì ad odiare ad odiarmi a non capire cosa c’è da capire
vano è tutto vano
200 proiettili sparati nel cielo sperando che quello giusto ricada al momento giusto
pioggia di piombo da un cielo di piombo sopra una città esalante paraffine ed idrocarburi
200 volte per vergognarsi ancora e per delirare su noia e distanze

​Boutade #1

Nonna tenta il suicidio dopo aver scoperto che il nipote è vegano
Una nonna abitante in un piccolo paese in  provincia di Bologna, Ercola (nome di fantasia) ha scoperto, mentre attendeva che il suo computer finisse di scaricare un porno amatoriale, dal profilo facebook del nipote Gualtiero (nome reale) che il giovane era diventato vegano.
La nonna che aveva già preparato un sobrio pasto pasquale con antipasti composti da 25 tipi di salumi, primi a base di ragù, carne cruda di contorno e, per loccasione, un agnello arrosto ha avuto  un collasso per cui è stato necessario l’intervento del 118.

Appena rinvenuta, con la scusa di rollarsi una canna in bagno, ha tentato il suicidio ingerendo una confezione di assorbenti con le ali. Per fortuna la figlia Gualtiera Seconda (nome del cazzo) insospettita dall’assenza di odori e flautulenze ha sfondato la porta del bagno con un nokia 3310 che funziona ancora benissimo. L’anziana, ricoverata all’ospedale San Brasato, sembra si stia lentamente riprendendo, non si hanno invece notizie del nipote.

LoKomotive

C’era qualcosa di pesante nell’aria. Non era stanchezza né mancanza d’energie. Era insoddisfazione con un peso specifico elevatissimo. Nonostante fumassi e bevessi a tutto andare quella sensazione non se ne andava. Stava lì come un macigno che incurva la schiena, era voglia di non fare più nulla, mangiare, bere, o camminare. Anche il solo pensare o meglio cercare di pensare ad altro era un pugno nella bocca dello stomaco, era togliersi il respiro consapevolmente con la speranza che non tornasse quella fitta. C’era la voglia di librarsi nell’aria anche solo per pochi istanti con la consapevolezza di non saper volare. Pochi istanti nel vuoto prima di essere inglobato dalla forza di gravità, dalla pesantezza dell’esistenza. Tutto era nebbia e umidità, odore di legna bruciata e boscaglia fitta e tutto era così strano seppur ben conosciuto. Per guida non rimaneva altro che il fischio di una locomotiva in lontananza. Sentore di viaggi e voglia di fuga ma la strada era ancora lunga e una sola cosa accompagnava il tragitto, il senso d’essere dentro l’inferno e non avere la minima idea di come uscirne.

“I know it looks like I’m insane take a closer look I’m not to blame, if love is blind I guess I’ll buy myself a cane”

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