Bambino

Si sta bene seduti su questa piattaforma di cemento. Si trova al confine tra la spiaggia ed il sentiero che va nella giungla. Essendo rialzata, laccata di rosso, costantemente spazzata dal vento è un luogo confortevole.
Qualcosa attira la mia attenzione. Guardo meglio: è un bambino sui quattro o cinque anni.
Si avvicina. Mi guarda, accenna un sorriso e comincia a parlare. Non capisco niente.
Ora è davanti alla piattaforma. Tra me e lui c’è un bordo di cemento rialzato. Continua a parlare, intenzionato a dirmi qualcosa. Non sembra turbato dal fatto che io non capisca nulla, che continui a guardarlo con un punto interrogativo incarnato in ogni cellula.
Provo a domandare se si sia perso, ma non riesco a farmi capire.
Vagamente frustrato dall’incomunicabilità, disegna con la saliva una mappa sul cemento laccato. Si vede, geniale. Continua a ripetere un nome, ricalca ripetutamente le linee perché non si asciughino. Produce una quantità di saliva impressionante.

Passano i minuti, mi alzo, gli tendo la mano desiderosa di accompagnarlo dove capiscano quello che dice.
Mi guarda un po’ sorpreso, si allontana sempre guardandomi. Imbocca il sentiero di corsa e si volta due o tre volte per salutarmi prima di sparire.

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