Moltitudini

Un passo oltre la soglia, dal silenzio al caos in meno di due secondi.

Erano tutti schierati, in un semicerchio, sugli spalti di un anfiteatro; c’era chi tirava noccioline, chi fischiava con due dita. Chi stava in piedi, chi seduto. Qualcuno sembrava annoiato, qualcun altro sembrava in attesa.

Un contadino malconcio dopo aver arato la la terra, un padre con aria premurosa, un assassino che guarda le sue vittime dritte in faccia, un bambino accovacciato, un burattinaio che rideva. Un drago dormiente. Un vecchio malfermo sulle gambe, un ladro vestito di nero, un santo, un buco nero, un sole.

Quanti siete la dentro?

Mille strade mille possibilità mille futuri che nascevano e morivano. Uno dopo l’altro, in un circolo vizioso ubriaco di perversione. E poi ho visto anche amore. Tanto, infinito, meraviglioso.

Nei tuoi occhi stasera ho visto moltitudini.

Il cassetto della nonna

“Dobbiamo andare.”

Avevamo una Fiat Argenta grigio metallizzato, erano i tempi senza aria condizionata, niente stereo, i tempi delle foderine dei sedili bianche, ed era estate, Agosto mi pare.

Ci eravamo svegliati presto, i miei genitori avevano passato una notte in bianco, lo zio non si trovava più da un paio di giorni. Avevo 15 anni e stavo seduta sui sedili posteriori, non capendo bene cosa stesse succedendo.

“Ma siamo sicuri che sia lui?” chiedeva mia madre a mio padre, lui alzò le spalle, aveva la mascella contratta, guidava guardando la strada mentre l’asfalto bollente distorceva le righe bianche che sfilavano veloci sotto le gomme.

Un grande albero, il parco, il cappio che costringe il collo ad una piega innaturale, i piedi che penzolano; dai polsi cadeva sangue che bagnava la terra.

Aveva una camicia bianca e dei pantaloni grigio topo. Come una fotografia, che veniva da un cassetto della nonna.

“Si, è lui.” I miei genitori si girarono a guardarmi con la faccia stranita. “Si è impiccato.” Nessuno disse più nulla per un bel pezzo.

Angelo Carlo, di anni quarantotto, lasciava due figli e una moglie, da quel giorno non avrebbe più condito l’insalata per nessuno.

Che fine fanno le parole sprecate?

Che fine fanno le parole sprecate? Quelle dette al momento sbagliato, o nella maniera sbagliata, o alla persona sbagliata. Quelle che non arrivano a destinazione, insomma.
Che fine fanno le parole non nate? Quelle che si generano e si propagano con impeto nelle viscere, ma poi soffocano nell’autocensura prima di vedere la luce. Esiste un limbo anche per le parole mai nate, oltre che per i bimbi?
Che fine fanno le parole fraintese? Quelle comprese ma rifiutate? Quelle distorte e tradite?

E che fine fanno le parole ignorate?
Quelle che non trovano un varco nell’anima. Quelle che disperatamente chiedono di essere afferrate, amate, conservate, e invece scivolano sulla superficie viscida della paura e della noncuranza, costrette a vagare eternamente senza meta come un corpo abbandonato nello spazio.
Voi, poeti, le riconoscete? Sapreste come salvarle? E dare loro un luogo in cui vivere, o almeno essere ricordate, o almeno riposare in pace abbracciate al proprio senso.

Esterno notte.

Ero seduta a sinistra del palco, accanto al tecnico audio, dentro un cortile interno. Quella volta era per la raccolta fondi per i bambini malati di leucemia. Guardavo i miei amici mettere a posto gli attrezzi di fuoco mentre la band tributo iniziava a suonare. Davanti al palco in prima fila gruppi di madri con al seguito passeggini e la piega appena fatta; i nani dal canto loro iniziavano a barcollare sulle loro gambette con il naso all’insù.

L’aria iniziava a sapere di primavera, ma il grasso arrostito delle salamelle non dava tregua alcuna.

L’organizzatrice dell’evento era arrivata tutta trafelata, jeans oviesse felpa bianca della misura sbagliata, meches bionde e voce stridula:

“Qualcuno è vegano?”

“No.”

“Ah benomale! Perchè sapete per quelli stasera non c’è niente da mangiare…”

L’anca destra si sporse in fuori , con il conseguente spostamento di tutto il corpo, appoggiava i piedi in modo incerto.

Il cantante aveva gli occhiali da sole, la scritta “Aperitivando” campeggiava su un baretto improvvisato, mentre io non riuscivo a smettere di guardare tutte quelle vite con le loro storie, che avevano iniziato a cantare il ritornello malinconico/pop che conoscevo così bene.

Jack

Sedeva al bancone come tutte le sere nel solito Pub annegato in periferia. Stava ordinando un altro whiskey mentre si teneva in equilibrio precario sullo sgabello; un grosso orso, con le spalle chine, gli occhi cerchiati di nero e le unghie sporche.

Ciao Jack.”  Mi rispose con un grugnito mentre mi guardavo attorno cercando la mia amica che non c’era. Prese a giocare con il sottobicchiere, io mi sedetti accanto a lui. Ordinai un Rhum scuro ed iniziammo a parlare. Non avevo mai parlato con Jack; lui era parte dell’arredamento, come gli specchi finto inglesi appesi alle pareti o le panche che si atteggiavano a mobili di mogano.

Dipingo. Tutti i giorni, vado nel retro del mio garage e dipingo.” La sua bocca prendeva una piega strana quando sorrideva, si vedevano i denti giallastri che facevano capolino. “Mi piacerebbe vedere i tuoi quadri.”

Ci era venuta voglia di nicotina, uscimmo nel parcheggio, il fumo si mescolava con la condensa del nostro respiro, guardai in cielo, non c’erano stelle, lui iniziò a cantare: “Pleased to meet you / Hope you guess my name/ But what’s puzzling you / Is the nature of my game.”

How to annoy me.

I saw the surge of the tide grab hold of him. His two friends barely managed to stay put when the large waves came rolling in. Instantly the young man got pulled into deep waters by the currents.

They shouted to get my attention, but I was already on my way. I swam towards the head that stayed submerged for longer and longer. He was half meter below the surface when I arrived. I just grabbed him by his hair and pulled him up. He was terrified, but surprisingly calm… Good. I didn’t have to slap him, even if he deserved one.

The twenty meters back to where my feet could touch the seafloor took forever in my mind. The fight with the waves turned out to be harder than I expected. With only one arm free and the weight of an extra body, I had to push hard to even advance the slightest.

We were both exhausted when we sat down on the beach. They thanked me, asked for my name and a few more questions, but then I left. I was angry they where this far out in the water without knowing how to swim… I hate stupidity…

F. 

Francesca, ragazza madre di 20 anni, guardava con aria scoglionata le conferenze stampa pre-elettorali con facce sorridenti che in loop perenne promettevano soluzioni rapide ed indolori.  Parlavano di precari, di emigrati,  di disoccupazione , di tasse sulla prima casa… nessuno però aveva ancora parlato di lei. Senza casa, ospite di fortuna di qualche amica, senza lavoro, il padre della bambina scomparso insieme a tutte le sue responsabilità. Ora se ne stava lì in una stanza di motel di quart’ordine a ricevere uomini benestanti e grigi impiegati insoddisfatti, quasi quanto lei, di quello che la vita gli aveva offerto. Uomini frustrati da capi esigenti e isterici, stressati da mogli isteriche e con acconciature improbabili. Cozze 50enni biondo platino, vampire di carte di credito per la gioia immensa di estetisti, solarium e parrucchieri che sembravano fotocopie sbiadite di trogloditi protagonisti televisivi.  Aspettava fumando una sigaretta Winston Blue. Osservava distrattamente il paesaggio fuori dalla finestra con la veneziana tirata giù a metà. Il rumore dei tir faceva vibrare i vetri sporchi e ingialliti. Quando il telefono faceva due squilli lei si rimetteva il baby doll rosa, da adolescente. Aggiustava il fiocco a farfallina posto nel mezzo dei due seni piccoli ma sodi. Si controllava il trucco al grande specchio del comò e si avvicinava con passo felpato alla porta aprendola leggermente e attendendo il passo pesante ed il respiro sempre un po’ affannoso del prossimo cliente. 150 euro se ne andavano tra affitto della stanza per il pomeriggio e la “tangente” al portiere che l’avvisava e controllava che tutto fosse ok. In tutto i clienti sganciavano tra gli 80 e i 150 euro a seconda del servizio richiesto e a conti fatti a fine giornata la sua dignità valeva 400/450 euro ma il sorriso di sua figlia, quando rientrava a casa alla sera, non aveva prezzo.

A. 

Antonio, 61 enne etilista, stava ripensando, dopo lo scippo appena subito, alla sua gioventù. In particolare al periodo trascorso a prestar servizio al corpo dei bersaglieri per 18 mesi a partire dal febbraio 1964. Le notti trascorse a fare le guardie al freddo,  le calzamaglie di lana pungente sotto i pantaloni militari, gli anfibi duri e freddi.

Si ricordava ogni momento di quella notte in cui, in fretta e furia, li fecero partire da Legnano destinazione Pisa dove un aereo li aveva trasportati in Sardegna in attesa di una probabile partenza per Israele. La notte passata in bianco accovacciato sulle turche puzzolenti della caserma sarda e in bocca sigarette bruciate voracemente. Poi al mattino il rientro dell’allarme e la sensazione d’essere un sopravvissuto al nulla.

Ora guardava il proprio corpo, perplesso, la vista annebbiata, il pantalone strappato sul ginocchio pulsante di dolore.  Si era rotto qualcosa, se lo sentiva, non riusciva a spostare la gamba eppure di alcool ne aveva già mandato giù parecchio quella mattina. Aveva una voglia matta di una sigaretta e di un bel mezzo litro di rosso, quello un po’ asprigno che gli serviva sempre Gino del bar-enoteca sotto casa. Ripensava a tutte le stronzate lette sui manifesti “Città più sicure?Vota per noi!” e sotto un bel faccione sorridente di qualche furbo/cretino di turno. A lui la città non aveva mai fatta paura. Aveva visto cose ben peggiori nella sua vita non ultime le allucinazioni che gli dava l’alcool. Quei due ragazzetti che l’avevano gettato a terra per fottergli il vecchio portafoglio di cuoio consunto con dentro si e no 20 euro, gli avrebbe mangiati vivi una ventina d’anni fa. Ora invece era lì disteso su un marciapiede odorante di piscio e città come un povero rincoglionito.

Hey Momma, look at me

Cantiamo a squarciagola mentre il sole picchia sulla lamiera della mia auto, P. tiene il tempo tamburellando sulla gamba destra. Guardo i suoi pantaloni di pelle lucidi mentre i suoi capelli paglierini rimbalzano posseduti fino a sbattere sulla capotte dell’abitacolo.

“Living easy, living free/Season ticket on a one-way ride […] Don’t need reason, don’t need rhyme/Ain’t nothing I would rather do […]

Il subwoofer gracchia. Semaforo rosso. Gli faccio un cenno, lui mi passa una sigaretta, metto in folle.

“No stop signs, speed limit […] Hey Satan, payed my dues […]Hey Momma, look at me/I’m on my way to the promised land”

Il traffico ci ingoia, di fianco a noi un uomo asserragliato nel suo Suv, si allenta la cravatta regimental mal celando profondo disgusto per la nostra performance; poco più avanti una donna sulla cinquantina con i capelli cotonati si sistema il rossetto. Io cerco l’accendino.

Poi arriva lei. Dritta come un fuso sul tettuccio di una 127 azzurro cielo; le braccia aperte in un abbraccio infinito, lo sguardo aperto di chi non osserva nessuno ma vede tutto, l’aureola perde i suoi contorni sotto il sole cocente.

Mi cade la cenere sul seno. “I’m on the highway to heeeeeell!”

 

 

 

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